Le mie collaborazioni con la prof.ssa Maria Rita Parsi

Iniziative, convegni e tanta progettualità.....

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La sindrome di Erostrato

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Assistendo a programmi demenziali come quello trasmesso sabato, in prima serata, dalla rete ammiraglia di Mediaset, viene spontaneo chiedersi: cosa spinge persone che non appartengono al mondo dello spettacolo a mettersi alla berlina e a mortificare la propria immagine, pur di diventare protagonisti del piccolo schermo?

Il primo esempio di spasmodica “fame di fama”, lo troviamo nell’antica Grecia, dove un personaggio di nome Erostrato, pur di uscire dall’anonimato e passare alla storia, decise di dar fuoco al Tempio della dea Atena e di rivendicare a gran voce il misfatto, chiedendo a tutti di ricordare chi fosse stato l’autore di cotanto atto. Se siamo qui a parlarne…Erostrato è evidentemente riuscito nel suo intento, ma a che prezzo? La sua ostentata presa di posizione gli costò la vita, a causa della gravità di quanto aveva compiuto. E oggi? Ottenere visibilità ad ogni costo, diventare famosi per le proprie debolezze, per i difetti fisici, per comportamenti inadeguati, rendersi vittime consenzienti di smaliziati aguzzini mediatici non costa certo la vita, ma mortifica la dignità di Persona che ognuno di noi dovrebbe considerare il suo bene più caro.

Possiamo cercare di aiutare chi non coglie questo aspetto importante e soccombe a logiche di mercato che non gli appartengono o non gli sono chiare. Ma con coloro che deliberatamente sfruttano questi meccanismi psicologici a fini di audience ed introiti pubblicitari, che fare? Ebbene, esiste un rimedio strepitoso: il telecomando. Sveglia pubblico!!!

“Il battito del cervello, l’intelligenza del cuore”

Pitturazione: quando formazione e pittura s'incontrano

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Un progetto formativo ad alta innovazione, dove l’arte diventa spunto e strumento per esplorare la nostra persona: i processi decisionali, la capcità di reazione alle difficoltà, il modo in cui affrontiamo i problemi, i disagi nel ruolo che ricopriamo, nella relazione o nella mansione che svolgiamo. Ma anche, semplicemente, ciò che ci piace, ciò che desideriamo, che rifutiamo o che ci mette a disagio e capirne il perchè.

Basato su uno studio approfondito sul valore che l’arte può rappresentare nelle dinamiche di autoanalisi e nei processi di formazione e sviluppo della propria inteligenza emotiva, il progetto “Il battito del cervello, l’intelligenza del cuore” è stato messo a punto dopo due anni di lavoro, insieme a Luca B. Fornaroli, consulente di organizzazione e processi di internazionalizzazione,

Prima presentazione del Progetto a Cassinetta di Lugagnano (MI) sabato 10 settembre alle ore 18.00, presso lo Studio della pittrice Valentina Canale, in Via Capo di Sopra, 17.

Per info: clementi.cristiana@gmail.com

M. +39 320/4095710

 

In montagna si saluta…in città no. Geolocalizzazione dell’educazione.

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Abituata a mattiniere e solitarie passeggiate in montagna, con il mio cane, ho deciso di mantenere questa bella abitudine anche rientrata a casa. Ma ho tentato anche un altro esperimento.Sulle stradine di montagna, quando si incrocia un altro camminatore, è normale salutarsi con un cordiale buongiorno, anche se non ci si conosce. Pensavo che, alle sette del mattino, passeggiando lungo il Naviglio immersi nella natura e nel silenzio, imbattendosi in qualcuno che viveva la tua stessa esperienza, sarebbe stato carino salutarlo…. Risultato: 5 buongiorno, 1 risposta. In particolare, incrociando i colleghi di passeggiata: occhi bassi, improvviso interesse per i propri piedi, per l’orologio al polso o, peggio, sguardi persi in orizzonti lotani, immersi in chissà quali urgenti pernsieri. Ma non solo. Salutando per prima (e unica!) mi sono vista osservare con preoccupata attenzione, quasi il mio interlocutore si stesse chiedendo oltre a chi fossi, da quale patologia potessi essere affetta o, quantomeno, quale sarebbe stata la mia prossima mossa (volevo forse qualcosa??).
Qualcuno risponde al mio quesito? Cosa cambia tra un sentiero di montagna ed una stradina di campagna? Quale forma di ipocrita educazione porta un turista cittadino a salutare in montagna, fingendosi un montanaro DOC, e consente allo stesso di non rispondere al saluto di un suo concittadino, una volta rientrato a casa? Se iniziassimo tutti la giornata con un bel saluto a chi incontriamo, senza porci troppe domande su chi lo deve fare per primo, se si fa o non si fa, su cosa penserà chi riceve il saluto ecc. ecc.ma ricordando di essere tutti persone sulla stessa terra…forse le cose andrebbero meglio.
Comunque, fatte queste esternazioni a voce alta al mio cane mentre camminavamo, si è girato, mi ha sorriso…e abbiamo continuato la passeggiata.

Presentazione del libro “IL CANNIBALISMO DEI RUOLI”

A MAGENTA SI DISCUTE DI CANNIBALISMO DEI RUOLI NELLA SOCIETÀ

 

 

FOTO locandina Magenta

Magentagiovedì 16 giugno 2016 alle ore 18.00 nell’Ex Sala Consiliare, in piazza Formenti, 3, si svolgerà l’incontro sull’importanza dei ruoli nella società moderna partendo dalla presentazione del libro di Cristiana Clementi “Il cannibalismo dei ruoli”.

 Interverranno, oltre all’autrice: Marco Invernizzi (sindaco di Magenta); Annarita Amadio (mediatore civile); Danilo Lenzo (giornalista, blogger e scrittore); Paola Bevilacqua(insegnante e assessore comunale alle Politiche scolastiche). Gli interventi saranno moderati dalla giornalista Elisabetta Ambrosio.

Al termine il pubblico potrà incontrare i singoli relatori e approfondire i temi trattati.

 

GIOVEDÌ 16 GIUGNO 2016

ORE 18.00

EX SALA CONSILIARE,  PIAZZA FORMENTI, 3 –  MAGENTA (MI)

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Mettiamo…in gioco le emozioni!!!

Laboratori estivi per bambini dai 6 ai 10 anni sull'Intelligenza Emotiva

3 INCONTRI

DALLE ORE 10.00 ALLE 12.00

A PARTIRE DA GIUGNO

      

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Struttura e modalità di realizzazione del laboratorio

  • L’idea del laboratorio nasce dalla convinzione che tutti i bambini hanno bisogno di elaborare un approccio salutare alle proprie emozioni, impararando ad accoglierle e gestirle con consapevolezza e tranquillita’.
  • E’ importante che il mondo degli adulti venga sensibilzzato su questo tema, in quanto le basi della regolazione emotiva si gettano nell’infanzia e saranno fondamentali nel corso dello sviluppo dell’adolescente e nella sua futura eta’ adulta.
  • I giochi proposti in queste due giornate sono adatti a bambini tra i 5 e gli 11 anni e vengono usati a fini di sviluppo delle conoscenze e delle competenze dei piccoli in ambito emotivo-relazionale.
  • La finalità del laboratorio è quella di introdurre i bambini al tema delle emozioni, insegnando loro a:
  • Capire ciò che provano
  • Dare un nome all’emozione provata
  • Imparare a gestirla
  • Capire ciò che provano gli altri
  • Comprendere l’importanza di una buona relazione con l’altro
  • I giochi e le attività sono suddivisi in sezioni, che comprendono anche i giochi di riscaldamento iniziali e quelli di rilassamento conclusivi.
  • All’interno delle attività è inserito anche un primo approccio alla mediazione corporea, per consentire ai bambini di verificare come le emozioni hanno influenza anche sul nostro corpo (es. Sulla respirazione, sui muscoli, ecc.).
  • Al termine di ogni singolo gioco/attività sono previsti alcuni minuti di dialogo guidato all’interno dei quali si evidenziano (sotto forma di commenti, osservazioni, domande, ecc.) Le tematiche contenute nel gioco, facendo in modo che i bambini stessi ne sottolineino l’importanza e l’utilità.

Obiettivo

E’ quello di rendere consapevoli i bambini delle emozioni che provano, insegnar loro a gestirle correttamente e influenzare positivamente la loro autostima, sviluppando le loro abilità di creare relazioni non conflittuali.

Programma

  • Tre giornate di laboratorio interattivo con i bambini, all’interno del quale, sotto forma di gioco, verrà affrontato il tema delle Emozioni.
  • Gli incontri si svolgeranno dalle ore 9.00 alle ore 12.00
  • Il n° massimo di partecipanti è 8.
  • I bambini verranno inseriti nel gruppo corrispondente alla loro fascia di età: 6-8 oppure 8-10 anni
  • A metà mattina ai bambini verrà offerta una merenda.
  • Si prega di vestirli in modo comodo e pratico.

Si può scegliere la data di partecipazione al laboratorio tra le seguenti opzioni:

                                                 CALENDARIO

giugno

luglio agosto

settembre

lun.      13/6 martedì 18/7 lun.    29/8 lun.    5/9
mart.  14/6 merc.      19/7 mart. 30/8 mart. 6/9
merc. 15/6 giov.        20/7 merc. 31/8 merc. 7/9

 

Costi

Il costo complessivo dei 3 incontri è di € 90,00 IVA inclusa

Tariffe speciali: 

– Per iscritti al gruppo “Piccole manutenzioni e non solo…Magenta e dintorni”: € 65,00 IVA inclusa

– Per iscrizioni multiple (2 o più bambini): € 55,00 IVA inclusa

 Per ulteriori informazioni o richieste : sezione Contattami

La cultura è trasversale

Non confiniamola in settori

 

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Consiglio a tutti la lettura di questo libro di Gianrico Carofiglio, autore che seguo da sempre e stimo tantissimo. Con la sua scrittura fluida, semplice ed incisiva trasmette con semplicità concetti mai banali, permettendo a chiunque di comprenderli e di identificarsi nelle situazioni che descrive.

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Bello trovare uno scrittore  che spazia dai racconti di Guido Guerrieri, alla esegesi delle parole, ai ricordi della sua giovinezza… che parla di psicologia!  Quando sostengo che la Cultura non è  e non deve essere “ingabbiata” in schemi, intendo proprio questo.

Non tutti sono nati per studiare, per andare all’Università, non tutti amano stare ore e ore, o addirittura anni, sui libri e  a molti non piace nemmeno leggere. Ma non siamo tutti uguali ed è giusto che sia così. Ognuno ha il proprio posto nel mondo e nella società, siamo tutti utili e necessari (mai indispensabili!), tutti funzionari di un medesimo progetto, come dice Galimberti, che è quello della natura, quello che prevede il nostro passaggio sulla Terra e la nostra inevitabile scomparsa.

Ma perché non vivere al meglio delle proprie possibilità, soprattutto intellettivamente parlando? Ognuno per come sa e per come può. Chi più sa, quindi, e chi più può ha, credo, il dovere di gettare il seme della curiosità  sulla strada dei propri simili, allargando lo spettro della conoscenza, senza rimanere confinati all’interno delle proprie competenze specifiche.

Amo in Carofiglio la sua capacità di spaziare da un argomento all’altro con leggerezza e competenza, frutto di indubbia esperienza di vita.

Pur non facendo lo stesso mestiere, ho ritrovato con piacere nelle sue parole (Capitolo: “Canestri”) all’interno di questo libro, tantissimi spunti di riflessione, gli stessi che fornisco ai miei clienti durante le sedute di formazione. A riprova del fatto che quando si parla di concetti e di nozioni universalmente applicabili, non occorre uno specifico titolo di studio per diventarne divulgatori.

Se Carofiglio si fosse limitato a scrivere di materie giuridiche, se io parlassi sempre e solo di emozioni, se un falegname nel fare un tavolo non spiegasse al suo cliente la differenza tra un tipo di legno ed un altro, se un artista non esprimesse le sue doti al di fuori del palcoscenico,  se un medico rinunciasse ad infilarsi una naso da clown girando tra le corsie di un ospedale, semplicemente perché questo non fa parte del suo lavoro, la cultura non circolerebbe più.

Tutto ciò che arricchisce il nostro bagaglio di competenze, nell’apprendere e nel trasmettere, nel promuovere e nel recepire, ma soprattutto nell’imparare a porci le giuste domande, anziché andare perennemente alla ricerca di risposte,  è cultura.

Facciamola circolare e per una volta…non temiamo di venire contagiati!

RUBRICA: “Quello che non si vuol vedere”

Uniamo le nostre solitudini?

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RUBRICA: Quello che non si vuol vedere

 

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 Uniamo le nostre solitudini

Questa semplice frase ci riporta immediatamente al tempo che fu. Ricordate quando, timidamente,  si tentava un approccio tra single (magari persone vedove o comunque in difficoltà a relazionarsi) usando proprio queste parole?

L’altro giorno, andando a Milano in metropolitana, facevo questa riflessione: la gente non sa più stare sola, nemmeno per poche decine di minuti. Non si ha voglia di perdere tempo a pensare, non c’è interesse a guardarsi intorno, a riflettere, non si sa più semplicemente godersi un istante di pausa parlando solo con se stessi. Appena si entra nella carrozza della metro (rigorosamente di corsa, anche se il treno è fermo al capolinea e partirà dopo dieci minuti!) si estrae dalla tasca o dalla borsa il cellulare e via di messaggi, whatsapp, social o giochini on line.

Quante solitudini, tutte insieme, che non riescono più nemmeno a dire a parole “ci uniamo?”, ma si ritrovano di fatto unite in rete. Parlano virtualmente con un interlocutore che ha il potere di farle sentire parte di un gruppo, le coinvolge in sfide colorate con diaboliche caramelle che scoppiano, riempie il loro tempo prezioso di faccine smorfiose che prendono il posto di parole semplici ormai tanto difficili da scrivere… L’importante è non rimanere inattivi nemmeno per un istante.

Proponeva Fromm l’interessante dilemma Essere o Avere, ma oggi lo potremmo tranquillamente trasformare in un nuovo quesito: essere o fare? Fare, fare, fare…sempre fare, per non fermarsi a pensare, per non voler vedere quanto si è soli. E pensare che basterebbe così poco. Basterebbe alzare lo sguardo, guardarsi attorno e scoprire un prossimo che non aspetta altro che noi gli rivolgiamo la parola. “Buongiorno! Lo sa? Lei…mi piace”.

RUBRICA: “Quello che non si vuol vedere”

Le discriminazioni dissimulate

 

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RUBRICA: Quello che non si vuol vedere

 

 

 

 

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Le discriminazioni dissimulate

Come dice in un suo saggio Faucault, a proposito del quadro “Questo non è una pipa” di Magritte, il segno non è mai la cosa.

Così accade anche al di fuori dell’arte, dove il “detto” non sempre è il “pensato” o meglio, ciò che viene detto spesso dissimula un pensiero totalmente diverso da quanto appaia ad un ascoltatore distratto.

Viviamo in un Paese che promuove valori nobili e universalmente apprezzabili, come la democrazia, l’uguaglianza, la libertà di pensiero, il rispetto, il rifiuto delle discriminazioni, l’accoglienza e via dicendo. Eppure ci ostiniamo a non voler vedere quanta ipocrisia ci sia a volte nelle modalità con cui tentiamo di mettere in pratica questi valori nei gesti quotidiani.

Partiamo dalle notizie di un telegiornale. Ho sentito oggi annunciare che stanno per essere celebrate le esequie dell’ultima ragazza vittima dell’incidente stradale in Spagna. Il particolare che mi ha colpito è stato l’inciso fatto dalla giornalista: “Si svolgeranno oggi i funerali – con rito civile - dell’ultima vittima…” Una piccola frase, del tutto inutile a mio parere, buttata lì con subdola noncuranza, ma che ci richiama in modo subliminale il concetto che la regola sia fare una cerimonia religiosa. Certo, tutto è ammesso e rispettabile, ma non a tal punto da passare inosservato.

Continuiamo. Nei giorni scorsi, in occasione dell’ultimo terribile attentato in Belgio, abbiamo potuto assistere, ancora una volta, alla consolidata prassi della identificazione collettiva nel dolore del popolo colpito. E ancora una volta, esattamente come accaduto dopo le stragi di Parigi, sono comparse sui social bandiere giallo-rosso-nere che inglobano i volti nei profili degli utenti, coccarde in segno di lutto appuntate sulle immagini più disparate, primi piani di occhi che piangono, rivendicazioni di una nazionalità acquisita sul campo: “siamo tutti il Belgio!” (questa volta però i più hanno indicato la nazione e non i suoi abitanti, vista forse la difficoltà del plurale).

Sembrerebbe vera solidarietà (e probabilmente in molti casi lo è) se non fosse poi che radio, tv, giornali, gente comune se ne escono con la fatidica frase “fortunatamente non ci sono Iitaliani tra le vittime”. Ma mi spiegate cosa diavolo centra??? Cosa vuol dire: siamo forse più importanti degli altri?

Concludo con un appello alle pari opportunità rivolto a quei giornalisti (radio, video e di carta stampata) che omettono sempre di citare la nazionalità dei pirati della strada italiani. Perché penalizzarli? Perché discriminarli? Perché non offrire loro lo stesso momento di gloria che viene garantito agli stranieri, extra comunitari e non, ogni qualvolta salgono in macchina ubriachi, drogati, senza patente ma con licenza di uccidere? Allora ditelo: siamo tutti uguali, ma c’è sempre qualcuno più uguale degli altri!!!

RUBRICA: “Quello che non si vuol vedere”

Quando si è i primi…ma non gli unici

io RUBRICA: Quello che non si vuol vedere

 

 

 

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Quando si è i primi…ma non gli unici

Inutile negarlo: sono tantissime le persone che vivono situazioni affettive complicate.  Prima di arrivare alla separazione spesso passano degli anni e, nel frattempo, si mantengono i rapporti sia con l’attuale coniuge che con la persona con cui ci si è legati. Non è facile per nessuno affrontare queste problematiche: né per chi viene lasciato, né per chi  lascia, né per chi sta accanto ad un compagno non ancora del tutto libero.

E’ proprio in questi casi che risulta ancora totalmente assente un supporto formativo di tipo     emotivo-relazionale che aiuti a superare le difficoltà alla nuova coppia che si sta creando.

Mentre a coniugi, fidanzati, conviventi è logico suggerire di affrontare la crisi rivolgendosi ad uno specialista (consulente matrimoniale, psicoterapeuta, psicologo, consultorio, ecc.), si ha ancora pudore, o paura di sconfinare nell’immoralità, se ci si preoccupa di salvaguardare il benessere di coppie non ufficiali. Spesso ci si limita a osservare, giudicare e, perché no, condannare. Oppure si fa finta di non conoscere il problema, uno di quelli che solitamente capita agli altri, ma a noi…a noi no, non potrebbe mai succedere. Ecco allora che, inconsciamente, preferiamo non vedere, non sapere, non affrontare. Del resto…come si fa ad affrontare con empatia il problema di chi fa qualcosa che non dovrebbe? Già, la sospensione del giudizio, purtroppo, è una pratica ancora troppo poco diffusa nella nostra società.

Pongo l’attenzione su questo particolare problema, non certo per sdoganare il concetto di tradimento o per incentivare lo sfascio delle coppie, ma per onestà intellettuale e professionale.

Le persone che si trovano a vivere situazioni di questo tipo, infatti, non sono affatto poche ed è corretto prendere atto anche di questi spaccati di vita, senza girare lo sguardo dall’altra parte. Quanti si trovano a dover gestire per periodi medio-lunghi situazioni di menage a tre, per i più svariati motivi. Trovandosi però dalla così detta parte sbagliata, accettano di dover pagare lo scotto dello star male, della sofferenza, forse per espiare la colpa che il giudizio di tutti – a volte in primis anche la loro stessa autocensura – fa provare con insistenza. Un disagio molto più diffuso di quanto si creda, al quale nella maggior parte dei casi non si da voce: il Natale da soli a casa, le vacanze separati, il compleanno festeggiato la settimana dopo, il senso di colpa nei confronti della persona con cui si vive, che non ami più ma non odi e, contemporaneamente, lo stesso senso di inadeguatezza  verso chi ami e non puoi ancora vivere.  I silenzi in casa, ma anche quelli di quando esci con il nuovo partner, lo stress delle bugie, lo sforzo per non dire quello che hai dentro, altrimenti si litiga, e non ha senso litigare quando le ore per stare insieme sono così poche. La forza per non discutere quando si rientra a casa e si evitano sguardi e domande. Poi il mal di testa, il mal di stomaco, la depressione, il non uscire più con gli amici, il nervosismo immotivato con i figli, il calo di rendimento sul lavoro.

Essere “l’altro” vuol dire anche tutto questo e ciò accade inevitabilmente quando si è i primi nel cuore di qualcuno, ma non si è gli unici.

A volte si crolla e si sceglie di rinunciare alla nuova relazione, ma il rimedio è forse peggiore del danno: da un lato, non è l’incapacità a reggere la situazione la motivazione giusta per rientrare in famiglia o per lasciare il partner già impegnato e, nello stesso tempo, non è nemmeno giusto iniziare con dei non detti o con dei rancori una nuova storia, che, anche quando le cose saranno risolte, vanterà sempre dei buchi neri che torneranno prepotenti alla prima lite.

E’ per tutto ciò che ritengo utile, in qualunque tipo di circostanza e per qualsiasi tipo di problema, possedere le competenze emotive necessarie per affrontare le criticità.  Sarà poi il nostro libero arbitrio a farci decidere come usarle.

Gli strumenti che ci servono per la sopravvivenza quotidiana sono quelle risorse che possediamo senza saperlo, senza nemmeno averle mai sperimentate: sono le nostre armi personali, armi che non tolgono la vita, ma che al contrario ce la migliorano, perché consentono di viverla con piena consapevolezza, forza e determinazione.

  • Capire cosa si vuole veramente
  • Mantenere alta la propria autostima
  • Affrontare i sensi di colpa
  • Non annullarsi nell’altro ma relazionarsi
  • Comunicare in modo non violento

L’obiettivo dell’essere umano è sempre e comunque il proprio ben-essere e questo non può basarsi su compromessi con sé stessi, su condizionamenti o forzature. La conoscenza delle proprie emozioni e la capacità di gestirle sono ciò che fa la differenza.