RUBRICA: “Quello che non si vuol vedere”

Quando si è i primi…ma non gli unici

io RUBRICA: Quello che non si vuol vedere

 

 

 

magritte-gli-amanti(Gli amanti, R. Magritte)

Quando si è i primi…ma non gli unici

Inutile negarlo: sono tantissime le persone che vivono situazioni affettive complicate.  Prima di arrivare alla separazione spesso passano degli anni e, nel frattempo, si mantengono i rapporti sia con l’attuale coniuge che con la persona con cui ci si è legati. Non è facile per nessuno affrontare queste problematiche: né per chi viene lasciato, né per chi  lascia, né per chi sta accanto ad un compagno non ancora del tutto libero.

E’ proprio in questi casi che risulta ancora totalmente assente un supporto formativo di tipo     emotivo-relazionale che aiuti a superare le difficoltà alla nuova coppia che si sta creando.

Mentre a coniugi, fidanzati, conviventi è logico suggerire di affrontare la crisi rivolgendosi ad uno specialista (consulente matrimoniale, psicoterapeuta, psicologo, consultorio, ecc.), si ha ancora pudore, o paura di sconfinare nell’immoralità, se ci si preoccupa di salvaguardare il benessere di coppie non ufficiali. Spesso ci si limita a osservare, giudicare e, perché no, condannare. Oppure si fa finta di non conoscere il problema, uno di quelli che solitamente capita agli altri, ma a noi…a noi no, non potrebbe mai succedere. Ecco allora che, inconsciamente, preferiamo non vedere, non sapere, non affrontare. Del resto…come si fa ad affrontare con empatia il problema di chi fa qualcosa che non dovrebbe? Già, la sospensione del giudizio, purtroppo, è una pratica ancora troppo poco diffusa nella nostra società.

Pongo l’attenzione su questo particolare problema, non certo per sdoganare il concetto di tradimento o per incentivare lo sfascio delle coppie, ma per onestà intellettuale e professionale.

Le persone che si trovano a vivere situazioni di questo tipo, infatti, non sono affatto poche ed è corretto prendere atto anche di questi spaccati di vita, senza girare lo sguardo dall’altra parte. Quanti si trovano a dover gestire per periodi medio-lunghi situazioni di menage a tre, per i più svariati motivi. Trovandosi però dalla così detta parte sbagliata, accettano di dover pagare lo scotto dello star male, della sofferenza, forse per espiare la colpa che il giudizio di tutti – a volte in primis anche la loro stessa autocensura – fa provare con insistenza. Un disagio molto più diffuso di quanto si creda, al quale nella maggior parte dei casi non si da voce: il Natale da soli a casa, le vacanze separati, il compleanno festeggiato la settimana dopo, il senso di colpa nei confronti della persona con cui si vive, che non ami più ma non odi e, contemporaneamente, lo stesso senso di inadeguatezza  verso chi ami e non puoi ancora vivere.  I silenzi in casa, ma anche quelli di quando esci con il nuovo partner, lo stress delle bugie, lo sforzo per non dire quello che hai dentro, altrimenti si litiga, e non ha senso litigare quando le ore per stare insieme sono così poche. La forza per non discutere quando si rientra a casa e si evitano sguardi e domande. Poi il mal di testa, il mal di stomaco, la depressione, il non uscire più con gli amici, il nervosismo immotivato con i figli, il calo di rendimento sul lavoro.

Essere “l’altro” vuol dire anche tutto questo e ciò accade inevitabilmente quando si è i primi nel cuore di qualcuno, ma non si è gli unici.

A volte si crolla e si sceglie di rinunciare alla nuova relazione, ma il rimedio è forse peggiore del danno: da un lato, non è l’incapacità a reggere la situazione la motivazione giusta per rientrare in famiglia o per lasciare il partner già impegnato e, nello stesso tempo, non è nemmeno giusto iniziare con dei non detti o con dei rancori una nuova storia, che, anche quando le cose saranno risolte, vanterà sempre dei buchi neri che torneranno prepotenti alla prima lite.

E’ per tutto ciò che ritengo utile, in qualunque tipo di circostanza e per qualsiasi tipo di problema, possedere le competenze emotive necessarie per affrontare le criticità.  Sarà poi il nostro libero arbitrio a farci decidere come usarle.

Gli strumenti che ci servono per la sopravvivenza quotidiana sono quelle risorse che possediamo senza saperlo, senza nemmeno averle mai sperimentate: sono le nostre armi personali, armi che non tolgono la vita, ma che al contrario ce la migliorano, perché consentono di viverla con piena consapevolezza, forza e determinazione.

  • Capire cosa si vuole veramente
  • Mantenere alta la propria autostima
  • Affrontare i sensi di colpa
  • Non annullarsi nell’altro ma relazionarsi
  • Comunicare in modo non violento

L’obiettivo dell’essere umano è sempre e comunque il proprio ben-essere e questo non può basarsi su compromessi con sé stessi, su condizionamenti o forzature. La conoscenza delle proprie emozioni e la capacità di gestirle sono ciò che fa la differenza.

 

 

E’ uscito “Il cannibalismo dei ruoli”!!!!

Le riflessioni di un Formatore Emotivo-Relazionale

Il cannibalismo dei ruoli

Il cannibalismo dei ruoli

Pagine: 157
Formato: 140x205mm
Genere: Cultura e Società    Collana: TiPubblica
Anno: 2016
ISBN: 978-88-488-1831-5
Lingua: ITALIANO
Tags: ruolo, emozioni, formazione, relazioni
Disponibile ora
 € 14,00

Quello dei “ruoli” è da sempre un tema particolarmente avvincente e intrigante. Questo libro ci aiuta a indagare sulle motivazioni che spingono persone qualsiasi, nella vita di tutti i giorni, a impersonare ruoli che non appartengono loro, falsando così il naturale svolgersi della vita di relazione. Attraverso l’esame di cinque casi concreti trattati nella sua esperienza di Formatore Emotivo-Relazionale, l’autrice introduce il lettore nel mondo delle emozioni, facendolo partecipare alle sedute formative come uno spettatore invisibile, al quale svela le sue personali riflessioni e suggerisce spunti di ragionamento. “Il cannibalismo dei ruoli”, a metà tra il saggio e il manuale, fornisce strumenti pratici per impostare percorsi formativi, orientati allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.

  • Sull’Autore

Cristiana Clementi: esperto in Processi di Formazione e Formatore Emotivo-Relazionale.

Laureata in psicologia sociale, presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste. Da più di vent’anni progettista e docente in corsi di formazione e comunicazione per le aziende, si è specializzata nella formazione della sfera emotivo-relazionale individuale, realizzando percorsi personalizzati per lo sviluppo e il potenziamento dell’intelligenza emotiva. Tiene corsi sulla gestione delle emozioni e laboratori di gruppo, rivolti anche ai più piccoli. Ha pubblicato articoli e box specialistici in libri e riviste nel settore formazione, neuromarketing e comunicazione. Vive e svolge la sua attività privata a Cassinetta di Lugagnano, dove è anche l’ideatrice dello Sportello di Ascolto e Formazione per i cittadini.

E’possibile ordinare il libro in tutta Italia
Come ordinare:
- nelle 4.000 librerie aderenti al circuito Messaggerie Libri (come ad esempio La Feltrinelli, Giunti, Ubik, Mondadori, Rizzoli, Libraccio, Hoepli, Gruppo Arion di Roma ecc.).
- sui principali siti di vendita di libri on-line (ibs.it, amazon.it, deastore.com, hoepli.it, lafeltrinelli.it, libreriauniversitaria.it, unilibro.it, webster.it, ecc.)
- e sulla vetrina del sito lampidistampa.it 
 

Formazione e MKT turistico

I ragazzi promuovono il territorio attraverso una Guida Emozionale

 

foto progetto

 

Sì, proprio una bella sfida per un formatore emotivo-relazionale: rendere consapevoli i ragazzi  delle emozioni che il territorio suscita in loro e farli entrare in possesso delle competenze relazionali necessarie per  comunicarle ad un turista curioso.

A Premilcuore, piccolo paesino in provincia di Forlì, al confine tra Romagna e Toscana, un’Amministrazione lungimirante ha scelto di affidare a formatori ed esperti di marketing digitale il lancio del territorio a livello locale, nazionale ed internazionale.

Questo progetto, studiato e realizzato insieme ai miei due colleghi Paolo Poponessi, formatore, scrittore e giornalista, e Massimo Giordani, uno dei massimi esperti italiani di Strategie Digitali, vicepresidente di AISM e responsabile del Dipartimento di MKT Turistico, ci vedrà impegnati per i primi sei mesi del 2016.

Lo stimolo maggiore che mi deriva da questo incarico è proprio il confronto con i ragazzi: i bambini di quarta e quinta elementare e i ragazzi delle tre medie si troveranno coinvolti in una vera e propria attività di marketing, per invogliare i turisti a visitare Premilcuore. La consegna che ho dato loro fin dal primo incontro è stata quella di “osare”: non dovranno rimanere ingabbiati nei vecchi schemi delle guide turistiche tradizionali, ma interrogarsi sulle emozioni che il territorio suscita in loro, farle emergere e cercare di comunicarle a chi, in virtù della curiosità suscitata e dell’empatia provata, potrà diventare il turista perfetto.

“Valorizzare e comunicare” sono le parole chiave che danno il titolo al progetto, ma come ha suggerito qualcuno, potremmo tranquillamente dire: “Valorizzare è comunicare”

A giugno, per la presentazione dei lavori!

 

Conferenza stampa 1LaVoce622016 copia

 

CorriereRomagna622016Carlino622016articoloMassimo GiordaniSottoprogetto 2Sottoprogetto 1Il progetto

Genitori, insegnanti, allenatori

regole...per poter dare le regole

Molte persone si sono rivolte a me lamentando la difficoltà di “farsi ascoltare”, di “ottenere risultati dai figli” o paventando che “il bambino abbia qualche problema”. Mai ho riscontrato sinora qualche patologia per la quale indirizzare i genitori da uno specialista. Per questo ho pensato che forse sarebbe stato utile dare qualche istruzione per l’uso (liberi di seguirle o meno…non è una verità assoluta!) a chi si trova in una di queste posizioni, perché se oggettivamente non c’è nulla che non vada nei bambini, forse può esserci qualcosa da aggiustare nel rapporto che instauriamo con loro. Pensate una cosa: noi ci preoccupiamo tanto quando i bambini crescono di seguire il loro sviluppo fisico (controlli dal pediatra, dal dentista – tutti con l’apparecchio!- dall’oculista, dall’ortopedico, ma trascuriamo sempre di prendere in considerazione il cervello, la mente del bambino, perché riteniamo che occuparsene sia indice di qualcosa che non va in lui. Invece il cervello è un organo come un altro, la mente del bambino si sviluppa esattamente come tutto il resto del corpo, quindi perché non verificarne il percorso e non cercare di sintonizzarci con lui? Come facciamo con le altre branche della medicina. Se il bambino ha carenza di calcio, gli diamo il latte, se manca di potassio la banana, se ha bisogno di ricostituente le vitamine, gli mettiamo gli occhiali, e così via. Ma…se il bambino ha bisogno di crescere “dentro”, di avere, nel diventare grande, un accompagnamento di un certo tipo piuttosto che di un altro, se necessita di un tipo rapporto anziché di un altro, sembra quasi che questa sia “aria fritta”. Dobbiamo quindi cercare di monitorare anche questo aspetto, ma non solo per verificare se nel bambino tutto procede bene, bensì anche per cercare di imparare a modellare il nostro modo di comportarci con lui, adattandolo a quelle che sono le sue reali esigenze, per ottenere nel rapporto (soprattutto educativo) i risultati migliori. Ecco perché, al di là del lavoro singolo che ciascuno di noi deve fare nel ruolo genitoriale, con il proprio bambino, ritengo utile parlare di alcune regole generali che possono fare da filo conduttore nell’attività educativa, sia che sia svolta da un genitore, che da un insegnante, da un allenatore sportivo o da un educatore ricreativo.

  • ENTRIAMO NEL VIVO DEL TEMA: NUOVI SCHEMI, NON NUOVI VALORI. Da che mondo è mondo, tutti i genitori hanno educato i propri figli, tutti i maestri hanno insegnato, i bambini sono sempre andati all’oratorio e a fare sport e grossi problemi non ce ne sono mai stati. Allora perché oggi ci poniamo così spesso il problema di avere dei bambini turbolenti, troppo vivaci, che fanno fatica a rispettare le regole, o quando diventano adolescenti ci accorgiamo che non hanno ideali, non hanno passioni, non hanno voglia di impegnarsi, sono già sfiduciati e stentano a trovare la loro strada? Come ho detto già in altre occasioni, forse oggi il vecchio buonsenso della nonna, dell’istinto materno, della sig.ra maestra che ognuno di noi porta nel cuore anche da adulto, non bastano più. Ma non perché i bambini di oggi siano migliori o peggiori di quelli di una volta, né perché …“ah, noi ai nostri tempi …” a prescindere da quello che facevamo!(errore madornale che tutti almeno una volta abbiamo fatto!). Semplicemente perché i bambini di oggi sono DIVERSI. Per decenni la società ha subito dei mutamenti costanti, in tutti i campi, ma molto lenti. E’ solo negli ultimi decenni che il mondo ha avuto una accelerata incredibile, nella tecnologia in primis, ed è un processo quasi inarrestabile al quale noi facciamo un po’ di fatica a stare dietro, perché richiede delle doti di adattabilità, di resilienza, non indifferenti. Ed è qui il punto. Anche nel campo educativo, noi dobbiamo trovare non dei valori nuovi da insegnare (perché i veri valori non è vero che cambiano col tempo, sono universali), non delle nuove cose da insegnare ( a parte quelle tecnologiche…alla storia si è affiancata l’Informatica!), ma dei NUOVI SCHEMI MENTALI PER CAPIRE COME EDUCARE. Dobbiamo aggiungere qualcosa di nuovo, qualche competenza in più, perchè non abbiamo più schemi validi da riproporre: mentre per anni abbiamo seguito quelli che ci avevano tramandato ed andavano benissimo, oggi non funzionano più, perché i ragazzi sono diversi, perché noi siamo diversi.
  • VEDIAMO ALLORA COSA VUOL DIRE EDUCARE. Non significa trasmettere semplicemente insegnamenti, ma AIUTARE CHI ABBIAMO DI FRONTE AD INTRAPRENDERE UN PERCORSO EVOLUTIVO CHE GLI CONSENTA DI SVILUPPARE AL MEGLIO LE PROPRIE CARATTERISTICHE, DOTI, ATTITUDINI, TALENTI, POTENZIALITÀ, ECC. FORNENDOGLI GLI STRUMENTI PER FARLO.

Gli strumenti sono di due tipi: i primi riguardano le competenze personali (consapevolezza di sé, autostima, motivazione, equilibrio, in una parola l’Intelligenza Emotiva di cui cparla Goleman); i secondi riguardano invece le “regole di base” per vivere in una società civile (educazione, istruzione, etica, valori, ecc.).

Non e’ poco, vero? Ci si rende subito conto di quanto difficile sia questo “mestiere” di educatore che potremmo chiamare proprio così, mestiere, parafrasando le parole di un grande scrittore, che parlava del “mestiere di vivere”. E questo, perché il ruolo educativo, fa parte della nostra vita, quindi dobbiamo imparare a farlo bene.

Qui non entreremo nel dettaglio di COSA dobbiamo insegnare ai nostri bambini/ragazzi, (anche perché abbiamo visto che già questi tre ruoli citati nel titolo, hanno delle finalità educative e degli obiettivi molto diversi tra loro), ma ci concentreremo su COME FARE per insegnarlo nel modo corretto. Per questo parliamo di tre figure diverse tra loro, ma complementari nel ruolo educativo, proprio per trovare il filo conduttore nel SISTEMA educazione, a prescindere dai contenuti che vogliamo trasmettere.

Esistono quindi delle regole per imparare a dare le regole?

Diciamo che è utile sapere alcune cose, per impostare un rapporto con i ragazzi che ci consenta di ottenere i risultati migliori nel nostro compito.

Partiamo da questa slide per iniziare a riflettere: “Se tratti un uomo quale realmente è, egli rimarrà così com’ è. Ma se lo tratti come se già fosse quello che dovrebbe essere, egli lo diverrà” .(Goethe)

Riguardo ai primi strumenti cui accennavamo poc’anzi, le nuove ricerche in campo psicologico e delle neuroscienze, mettono sempre più spesso in crisi i vecchi assiomi e gli stereotipi in base ai quali tutto ciò che noi siamo, la nostra intelligenza, talento, potenzialità, attitudine ecc., siano un patrimonio innato, non modificabile né estendibile col passare del tempo. Secondo i nuovi approcci, “noi siamo ciò che diventiamo, grazie a ciò che scegliamo o non scegliamo di fare e di pensare”. Questa sembra una frase banale e apparentemente molto semplice. In realtà è piuttosto complessa e soprattutto implica una potenziale rilettura di moltissimi aspetti delle discipline umane e rimette al centro la scelta individuale. In pratica, non possiamo più limitarci a pensare che “siamo quel che siamo”, che tutto è frutto della genetica, perché noi siamo qualcosa di molto più complesso del nostro bagaglio genetico (DNA). A volte poi, non essendo del tutto consapevoli di questa potenzialità, non ci rendiamo nemmeno conto dell’importanza che hanno le scelte che operiamo, ma non solo nei nostri confronti, bensì anche per quelli che ci circondano.

  • LA FORMA MENTIS. E’ l’atteggiamento mentale che assumiamo per muoverci nella nostra vita. Per interagire, per scegliere, per imparare, ecc.

Dal punto di vista educativo: se se la nostra forma mentis ci porta a credere che le qualità e i talenti di un individuo siano innati, agiremo di conseguenza e ne deriverà una serie di comportamenti e atteggiamenti da parte nostra, che ci porteranno a concentrarci nella ricerca di quali siano queste attitudini e qualità per assecondarle il più possibile. Nel ruolo di formatore però, questo atteggiamento è un grosso limite.

Se, al contrario, crediamo che le capacità si acquisiscano e possano svilupparsi (aiutate anche dalle qualità innate, ma non necessariamente conseguenti ad esse), il nostro comportamento sarà volto a creare le condizioni di crescita per me e per le persone con cui mi relaziono.

Questa è la differenza, in modo molto semplice, tra forma mentis statica (la prima) e forma mentis dinamica (la seconda), differenza che comporta un ripensamento di per tutto il mondo educativo, psicologico e mangeriale.

Il modo in cui ragioniamo, è un fattore predittivo del buon successo di quanto stiamo intraprendendo (studio, lavoro, ecc.) e per creare persone con questa forma mentis dinamica, bisogna innanzi tutto possederla.

La forma mentis statica è quella predisposta a rilevare i segni della nostra inadeguatezza, a farci percepire la paura di vedere limitati, ostacolati, non riconosciuti, i nostri talenti innati, ci porta ad avere paura dell’errore, del giudizio, perché potrebbe compromettere il riconoscimento delle nostre qualità, ci fa percepire lo sbaglio o l’incapacità come un fallimento, perché si basa sull’assioma: successo= intelligenza. Prende in considerazione il risultato e non il processo. Il punto d’arrivo e non la strada percorsa per arrivarci. Sono state fatte delle ricerche in America con bambini delle scuole elementari dalle quale è emerso proprio questo aspetto. Chiesto a un campione che andava da bambini delle elementari a giovani adulti con forma mentis statica, “QUANDO TI SENTI INTELLIGENTE?”, la risposta fu:

  1. QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.
  2. QUANDO FINISCO QUALCOSA VELOCEMENTE ED E’ PERFETTA.
  3. QUANDO UN COMPITO PER ME E’ FACILE, MENTRE GLI ALTRI NON CI RIESCONO.

4 QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.

La stessa domanda fatta a bambini con forma mentis dinamica, ha avuto come risposta:

  1. QUANDO IL PROBLEMA CHE DEVO RISOLVERE E’ DAVVERO DIFFICILE E MI DEVO IMPEGNARE TANTO PER RISOLVERLO. 2
  2. QUANDO IMPARO QUALCOSA DI NUOVO.
  3. QUANDO LAVORO A LUNGO SU QUALCOSA, E COMINCIO A VENIRNE A CAPO.

La difficoltà era vista come uno sprone, non come un ostacolo. Questi bambini scelgono poi di affrontare via via problemi sempre più difficili, perché amano mettersi in gioco, in quanto hanno capito che solo così si può imparare. I bambini del primo tipo invece, scelgono di risolvere problemi sempre della stessa difficoltà, perché sono sicuri di raggiungere il risultato.

Al di là dell’importanza di questi studi per l’ambito scolastico, pensate anche a quanti risvolti può avere nella vita privata e nella crescita di un bambino come persona, non semplicemente come alunno, o come atleta.

La forma mentis dinamica è la struttura di ragionamento che invece da importanza principalmente processo di crescita dell’individuo.

Vi rendete conto quindi dell’importanza di assumere l’una o l’altra forma mentis? Se è evidente ciò che questo può comportare nell’ambito scolastico o agonistico, meno evidente è il risultato a cui può portare all’interno della famiglia avere un genitore con forma mentis statica o dinamica. Molti di noi sono stati educati in questo modo e così abbiamo replicato il modello appreso. Il rischio più grave che si corre applicando una mentalità di questo tipo è di ottenere persone che abbiano continuamente bisogno di conferme alla propria intelligenza, personalità, carattere.Saranno persone che ragioneranno in termini di “CE LA FARO’? FARO’ LA FIGURA DELLO STUPIDO? VERRO’ ACCETTATO O RIFIUTATO? SARO’ CONSIDERATO UN PERDENTE O UN VINCENTE?”. E torno a ribadire: pensate a tutte le fragilità dei nostri giovani e adolescenti: sempre più spesso se ci troviamo davanti ad adolescenti fragili, insicuri, scoraggiati, non motivati, è perché probabilmente, in perfetta buona fede li abbiamo cresciuti abituandoli a ragionare con la forma mentis sbagliata. Tutto questo incide non poco su autostima e motivazione. E autostima e motivazione sono elementi essenziali perché una persona raggiunga un livello di formazione adeguato. Ma come far apprendere, anche le regole, ad una persona se non è motivata, se non crede in se stessa e se parte già con la paura di non farcela? E’ UN LAVORO TUTTO IN SALITA!!! Pensiamo però ora agli errori più comuni che commettiamo tutti. Nessun genitore si alza al mattino pensando “cosa posso fare oggi per danneggiare mio figlio?”. Eppure, con tanto amore e in perfetta buona fede a volte facciamo dei danni incredibili senza saperlo. Alcuni esempi:

  •  lodare l’intelligenza dei bambini danneggia la loro motivazione e danneggia le loro prestazioni
  • se il successo significa che sono intelligenti, apprezzati, amati, il fallimento significa che sono stupidi, fa temer loro di non venir apprezzati e di non essere amati.

Quante volte pensiamo che un bambino rinunci a praticare uno sport in cui  emergeva, per capriccio, perché non vuole ubbidire ed è ribelle, perché non riesce a sottostare alle regole dell’allenatore? Soprattutto in sport individuai e non di squadra, dove viene a mancare l’elemento spogliatoio che fa anche divertire e motivare.

Queste sono spiegazioni che ci diamo noi, ma in realtà la sua è una paura di confronto, di non essere all’altezza, di deludere. Perché inconsciamente lo abbiamo indotto a pensare che da lui ci si aspettano risultati.

  •  ALCUNE REGOLE
  • ALZARE GLI STANDARD. Sia nell’apprendimento, che nello sport, che nella crescita personale.
  • FARE UN PATTO: io ti prometto che tu imparerai. Un vero contratto, che crea complicità. – Il trucco è dire: so che per te è difficile fare…, so che tu non sai…., so che fai difficoltà a …, ma io ti prometto che ne sarai capace. Credo nelle tue possibilità e ci devi credere anche tu. Questo approccio rilassa, mette l’accento sul percorso più che sul risultato, crea complicità e motiva a mettersi in gioco.
  • FAR NOTARE I PROGRESSI.
  • USARE FRASI COME : non sono più intelligente di te, ho solo più esperienza.

L’abilità di chi ha una BUONA I.E. è farla sviluppare anche nell’altro, ovvero tirar fuori il meglio di sé, ma non lo si può fare giudicando quanto sta facendo e dicendogli semplicemente che non va bene.

L’errore da non commettere con questo tipo di bambini e adolescenti è proprio quello di farli sentire confinati in una situazione, giudicata negativa. Niente di più pericoloso di farli sentire etichettati. A questo punto cosa succede? Il bambino si rassegna a non essere all’altezza delle aspettative del genitore, ma cosa può fare? Cercherà allora di emergere comunque e lo farà eccellendo nelle sue doti negative, perché comunque ha bisogno di un riconoscimento e se non lo può avere buono, almeno lo avrà cattivo. Sarà comunque un modo di attirare l’attenzione, di essere al centro dei pensieri delle persone che si devono occupare di lui.

CONCLUSIONI

  • L’ideale quindi è aprire il dialogo, coinvolgendo tutte le figure educative presenti nella vita del bambino. Creare momenti di scambio periodici, anche con allenatori o educatori del ricreatorio, proprio per capire se riusciamo a realizzare un continuum nel percorso educativo. E’ vero che i bambini hanno bisogno anche di confrontarsi con stili educativi diversi, ma i messaggi che facciamo passare non devono essere contradditori o in contrasto tra loro.
  • Poi però, e questo è fondamentale, ognuno deve essere protagonista del proprio  ruolo e non confonderlo con quello degli altri. II bambino è il centro dei nostri interessi, ma ce ne dobbiamo occupare perseguendo di volta in volta l’obiettivo commisurato al ruolo che in quel momento il bambino sta ricoprendo, ovvero quello del figlio, dell’alunno, dell’allievo o del bambino che va giocare all’oratorio in un momento di svago.
  • Concordiamo le linee guida per far vincere la squadra, parliamo tra noi ma non per dire ciascuno all’altro cosa deve fare.

Le figure educative devono fare squadra e ciò su cui dobbiamo confrontarci è :

  1. Come far funzionare la squadra (strategie comuni)
  2. Perché la squadra non ottiene risultati? (ipotesi, non accuse!)
  3. Cosa si può fare per migliorare? (progetti comuni)

Educare: forse il buon senso non basta più.

Adulti preparati aiutano i ragazzi a crescere meglio

Sempre più spesso si rivolgono a me genitori, insegnanti, allenatori sportivi, lamentando la “ingovernabilità” dei ragazzi con cui si rapportano e avanzando l’ipotesi che sia una caratteristica generalizzata nei giovani d’oggi. Quasi mai però, viene il sospetto che in una società in continua evoluzione, dove la tecnologia cambia ad ogni secondo, dove un orologio digitale ti consente di pagare il conto al supermercato, mandando in crisi di identità il vecchio portafoglio o addirittura la carta di credito, possa essere necessario fare un passo avanti anche nella metodologia che usiamo per aiutare i nostri ragazzi nel loro percorso di crescita.

Non mi stancherò mai di sottolineare che EDUCARE non significa trasmettere degli insegnamenti (spesso con la formula “io so e parlo, tu noi sai e ascolti”), ma significa intraprendere un percorso di formazione, affiancando passo dopo passo la persona che ci sta a cuore, per sviluppare in lui tutte quelle abilità che rendono una persona adulta ed equilibrata. Un percorso non facile, ma sicuramente più impegnativo per chi sta dalla parte dell’educatore che non da quella dell’allievo!

Ecco perché ritengo indispensabile che chiunque ricopra un ruolo educativo, a qualsiasi livello, padroneggi alcune nozioni base, che gli saranno sicuramente utili a non commettere quei pericolosi danni, fatti a fin di bene, che poi ci portano a dire in buona fede…”mah, non capisco, questo ragazzo ha dei problemi..”

E se i problemi non fosse il ragazzo ad averli? Forse, la soluzione è più facile di quanto non si creda…

Di tutto questo parleremo in una serata a Cassinetta di Lugagnano, venerdì 27 marzo alle ore 21.00, dal titolo “Genitori, insegnanti, allenatori: regole… per poter dare le regole!”

L’ingresso è aperto a tutti.

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S.O.S.Emozioni

Dopo il successo della I° edizione, svoltasi nello scorso novembre, sta per partire nuovamente a Cassinetta di Lugagnano (MI) il Corso dedicato alle Emozioni e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.

A breve verrà pubblicato il calendario con tutti i dettagli e le modalità di iscrizione.

PS. A quanti hanno partecipato alla I° edizione del Corso S.O.S. Emozioni, sarà invece riservato il Ciclo di Laboratori di approfondimento (esercitazioni pratiche) in partenza da fine marzo. Prossimamente verranno comunicate le modalità di adesione.

 

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Riflessione sulla felicità

Ma chi l’ha detto che essere sereni è più facile che essere felici????

Ho sempre guardato con sospetto chi dice:

Non chiedo di essere felice…mi basterebbe essere sereno…

Ma quando mai????

La serenità la vedo come uno stato di benessere interiore, duraturo. Il raggiungimento di un equilibrio che ti fa star bene, in pace con te stesso e con gli altri. Hai detto niente!

La felicità invece è un attimo. Ti può raggiungere in ogni istante, anche mentre piangi disperato e qualcuno ti porge un fiore.  Può essere vera Felicità e durare anche solo un secondo…lo spazio di un respiro!

Emozioni e Cultura

Davanti alla parola emozioni, l’associazione di pensiero ci porta a fare un collegamento con termini come umore (una sensazione di bassa intensità e di lunga durata), sentimento (una condizione affettiva  rivolta verso l’esterno, o verso la propria interiorità, più duratura di un’emozione), stato d’animo (una disposizione dello spirito, temporanea).

Ma l’emozione è qualcosa di diverso e, al di là dell’omogeneità che può fornirci una definizione scientifica, ognuno di   noi ritiene di poterne dare una descrizione più vicina al proprio vissuto, che rappresenti al meglio la sensibilità individuale. Non solo infatti noi viviamo le emozioni, ma attribuiamo loro un significato, un’etichetta. Applichiamo quindi uno schema.

È stato provato che attraverso le emozioni, noi impariamo a conoscerci, indipendentemente dal modo in cui le viviamo. Esistono infatti, in campo psicologico, teorie opposte, ma non incompatibili, che dimostrano come l’individuo, o partendo da uno stimolo fisiologico cui attribuisce una causa, o leggendo un evento in termini cognitivi, si rapporti emotivamente alla realtà. Le neuroscienze ci spiegano che se un fatto ha già in precedenza creato in un soggetto emozioni alla sua corteccia cerebrale, egli sarà in grado di interpretarle. Se invece il fatto non aveva scatenato emozioni istintive, sarà la stessa corteccia cerebrale a dare il maggiore impulso all’amigdala e a creare l’emozione in quell’istante, mediante una decodificazione razionale.

Ma le emozioni, sono allora un fatto istintivo o culturale? Sono qualcosa di innato o di culturalmente appreso? In realtà, non esiste ancora una risposta assoluta.

Nel 1971 Paul Ekman effettuò degli studi in Nuova Guinea, per appurare se esistono delle emozioni comuni, riconosciute in tutte le culture, verificandone la capacità di lettura nel volto delle persone. Dalle sue rilevazioni è emersa l’esistenza di quelle che vengono chiamate le emozioni primarie (rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa, gioia, paura) universalmente riconosciute. (Secondo altri autori poi, combinando queste emozioni tra loro, ne deriverebbero delle altre, definite emozioni secondarie o complesse, come ad esempio allegria, vergogna, ansia, gelosia, delusione ecc.). Ma la popolazione su cui questi studi furono effettuati, era una popolazione che si rapportava in maniera mono culturale, avendo pochi contatti con il mondo esterno. Il mondo in cui oggi noi viviamo è notevolmente più complesso, più ricco di stimoli e connessioni tra culture diverse, un mondo che grazie alla progressiva digitalizzazione, comunica e scambia conoscenze e acquisisce competenze in tempo reale, non più con mondi, ma con universi culturali variegati.

Così come per le emozioni, il problema dell’universalità si può affrontare parallelamente anche in tema di cultura. Negli anni 2000 si è sviluppato in America e in  Cina un particolare settore di studi che si occupa proprio di Psicologia della Cultura, all’interno del quale viene prospettato  un modello di mente multiculturale. In Italia si è occupato del tema Luigi Maria Anolli, psicologo di fama internazionale, che ha realizzato il primo manuale italiano in questo specifico ambito scientifico. Anolli propone un paradigma di cultura che ne definisce una doppia natura: non esiste una distinzione tra cultura come realtà oggettiva, pubblica, proposta dall’esterno, e cultura come realtà soggettiva, privata, interiore. Non ha senso contrapporre una concezione etica che considera la cultura una variabile oggettiva ed indipendente, ad una concezione emica, che vede nella cultura qualcosa di unico, isolabile, irripetibile, non confrontabile con analoghi fenomeni che si verifichino altrove. Con la cultura ci troviamo di fronte, secondo Anolli, che fa suo e ripropone il modello della mente multiculturale, ad un fenomeno che progressivamente si evolve e, adottando via via nuovi strumenti di realizzazione, è in grado sia di adattarsi a condizioni ambientali diverse, sia di influenzare  in senso biologico l’individuo e la popolazione cui appartiene.

Per accomunare ora i due concetti di cui abbiamo fin qui trattato, proviamo a ragionare in modo un po’ provocatorio e  poniamoci una domanda : la cultura, intesa nell’accezione più ampia con cui questo termine viene usato nel nostro linguaggio abituale, può generare emozioni? O ancora: l’emozione che noi proviamo davanti ad un episodio legato all’arte, alla musica, alla letteratura, alla visione di un quadro o di un paesaggio, può essere generatrice di cultura?

Questo è un tema che, in un particolare momento storico come quello che stiamo vivendo, è molto sentito a livello mondiale, ed anche in Italia c’è chi si sta occupando di analizzare il problema di come fare a rivalutare e potenziare la creatività dell’individuo ed incentivare la sua capacità innovativa, partendo proprio dalla capacità di ognuno di provare emozioni.

A Milano è nata infatti Commonlands, un’associazione composta da esperti di neuromarketing, comunicazione, psicologia sociale, che sta tentando di certificare ad esempio il valore emozionale di un paesaggio. Applicando i principi e le strumentazioni usate già nel marketing emozionale, gli stessi criteri si possono adottare per stabilire quale sia l’impatto emozionale che suscita in un individuo la visione di un determinato panorama, quanto questo possa essere identificativo della cultura di un luogo, quanto sia in grado di valorizzare l’intero patrimonio culturale di una specifica zona geografica.

Il legame tra emozione e cultura quindi, non è poi così labile come si potrebbe ritenere. Anche perché la sensibilità di chi sa provare emozioni forti non può che  essere considerata  lo strumento indispensabile e decisivo per intraprendere nuovi percorsi culturali nel millennio appena iniziato.

Box pubblicato in “Marketing emozionale e Neuroscienze”, F. Gallucci, EGEA, 2011, pag. 330

Le Ragioni della Cultura

Perché è sbagliato fare tagli alla cultura?

  • La Cultura arricchisce sempre
  • La Cultura permette di superare ogni limite
  • Chi ama la Cultura desidera conoscrere tutte le culture
  • La Cultura è contro la volgarità e permettere di distingurere tra Bene e Male
  • La Cultura è lo strumento con cui possiamo giudicare chi ci governa
  • La Cultura è libertà di espressione e di parola
  • La Cultura salva sempre
  • Con la Cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone
  • La Cultura è il riscatto dalla povertà
  • La Cultura fa sì che i nostri figli e nipoti possano andare un giorno a teatro a godere della magia della musica
  • La Cultura è un bene comune primario, come l’acqua: biblioteche, musei, teatri, cinema sono come tanti acquedotti.
  • La Cultura è come la vita e… La vita è bella. La Cultura è bellezza.

I 12 buoni motivi di Claudio Abbado!