CATALOGO PERCORSI FORMATIVI

Corsi, Seminari e Laboratori di prossima realizzazione

  Teatro5           Vanno in scena…le EMOZIONI!

OFFERTA FORMATIVA 2016

      AREA : CRESCITA PERSONALE

            1. CORSO:

              “S.O.S. EMOZIONI”

 corso in 3 livelli di 2 giornate ciascuno*

  • Corso base (2gg- orario 9-18)
  • Corso Avanzato (2gg- orario 9-18)
  • Laboratori esperienziali (2gg- orario 9-18)

*in questo modulo i livelli sono collegati e prevedono la frequenza ai corsi in successione. Un weekend ogni mese x 3 mesi

Costo complessivo per le 6 giornate € 300,00 + IVA

               2. CORSO: 

“CONOSCERE, SVILUPPARE E APPLICARE L’INTELLIGENZA EMOTIVA”

  • intelligenza emotiva: cos’è, a cosa ci serve.
  • mollare la presa
  • affermarsi e dire di no
  • senso di colpa: un limite o un’opportunità?
  • le nostre relazioni: come nascono, come viverle, come migliorarle
  • gestione dei conflitti interpersonali: ascolto attivo, empatia, comunicazione non violenta

Durata: 1 giornata

orario: 9.30-13 / 14.30-18.00

Costo € 150,00 + IVA

 

3. SEMINARIO:

“LA NOSTRA CASSETTA DEGLI ATTREZZI…EMOZIONALE”

Durata:  1 giornata

orario:   10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 100,00 + IVA

 

                4.    SEMINARIO:

                  “IMPARARE A MOLLARE LA PRESA E ADIRE DEI NO”                 

Durata:  1 giornata

orario:   10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 100,00 + IVA

 

                5. SEMINARIO:

              “RELAZIONI: ISTRUZIONI PER L’USO”

 Durata:  1 giornata

orario:   10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 100,00 + IVA

 

                   6. SEMINARIO:

                     “LA RABBIA E LA VERGOGNA”

 Durata:  1 giornata

orario:   10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 100,00 + IVA

AREA : LAVORO

              1. CORSO

             “ASPETTI EMOTIVI ED ELEMENTI PSICOLOGICI

           DELLA NEGOZIAZIONE”

Durata:  2 giornate ( 1° giornata: teoria – 2° giornata: esperienze d’aula)

orario:   10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 200,00 + IVA

 

                 2. SEMINARIO:

                    “LAVORARE CON INTELLIGENZA EMOTIVA

Durata: 1 giornata

orario: 10.00-13.00 / 14.00-17.00

Costo € 100,00 + IVA

 

AREA : COMUNICAZIONE

                     1. CORSO:

“LA COMUNICAZIONE PERSONALE E NEL MONDO DEL LAVORO” 

Durata: 2 giornate

1° giornata:

LA COMUNICAZIONE PERSONALE

  • LA COMUNICAZIONE PERSONALE
  • COMUNICAZIONE NON VIOLENTA
  • ASCOLTO ATTIVO
  • CENNI DI PNL: MECCANISMI E STRATEGIE DEL CERVELLO

orario: 9.00-13.00/ 14.30-17.30

2° giornata:

LA COMUNICAZIONE NEL MONDO DEL LAVORO

  • LA COMUNICAZIONE NEL MONDO DEL LAVORO
  • PROFESSIONALITA’ IN AMBITO: GESTIONE PUBBLICI ESERCIZI/ SETTORE VENDITE
  • LA RELAZIONE CON IL CLIENTE:
  • Mkt Relazionale
  • Cenni Di Nmkt
  • Capire l’interlocutore per ottimizzare la relazione
  • La diffusione virale delle idee

orario : (9.00-13.00/ 14.30-17.30)

Costo complessivo: € 200,00 + IVA

NB. I due corsi si tengono, su richiesta, anche in moduli separati, di 1 giornata trattando il singolo tema.

 

AREA : COPPIA

   1. CORSO:

“LE EMOZIONI NELLA COPPIA” 

 Durata; 2 giornate

orario:   9.30-12.30/ 14.00-17.00

Costo € 200,00 + IVA

N.B. Si possono realizzare anche  percorsi individuali per singole coppie

 

AREA : FAMIGLIA

     1. SEMINARIO:

“GENITORI & FIGLI: I RUOLI E LE REGOLE…PER DARE LE REGOLE!”

 Durata:  ½ giornata

orario:  9.30-12.30

Costo: € 50,00+IVA

 

 

Per ulteriori informazioni sui corsi o per conoscere le date, la sede di svolgimento e le modalità di iscrizione, utilizzare la voce Contattami sul presente sito.

Per richieste di formazione personalizzata o per interventi formativi in azienda, accedere alla sezione Contattami ed indicare un riferimento telefonico per essere richiamati.

Formazione e MKT turistico

I ragazzi promuovono il territorio attraverso una Guida Emozionale

 

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Sì, proprio una bella sfida per un formatore emotivo-relazionale: rendere consapevoli i ragazzi  delle emozioni che il territorio suscita in loro e farli entrare in possesso delle competenze relazionali necessarie per  comunicarle ad un turista curioso.

A Premilcuore, piccolo paesino in provincia di Forlì, al confine tra Romagna e Toscana, un’Amministrazione lungimirante ha scelto di affidare a formatori ed esperti di marketing digitale il lancio del territorio a livello locale, nazionale ed internazionale.

Questo progetto, studiato e realizzato insieme ai miei due colleghi Paolo Poponessi, formatore, scrittore e giornalista, e Massimo Giordani, uno dei massimi esperti italiani di Strategie Digitali, vicepresidente di AISM e responsabile del Dipartimento di MKT Turistico, ci vedrà impegnati per i primi sei mesi del 2016.

Lo stimolo maggiore che mi deriva da questo incarico è proprio il confronto con i ragazzi: i bambini di quarta e quinta elementare e i ragazzi delle tre medie si troveranno coinvolti in una vera e propria attività di marketing, per invogliare i turisti a visitare Premilcuore. La consegna che ho dato loro fin dal primo incontro è stata quella di “osare”: non dovranno rimanere ingabbiati nei vecchi schemi delle guide turistiche tradizionali, ma interrogarsi sulle emozioni che il territorio suscita in loro, farle emergere e cercare di comunicarle a chi, in virtù della curiosità suscitata e dell’empatia provata, potrà diventare il turista perfetto.

“Valorizzare e comunicare” sono le parole chiave che danno il titolo al progetto, ma come ha suggerito qualcuno, potremmo tranquillamente dire: “Valorizzare è comunicare”

A giugno, per la presentazione dei lavori!

 

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CorriereRomagna622016Carlino622016articoloMassimo GiordaniSottoprogetto 2Sottoprogetto 1Il progetto

La paura del cambiamento

Gli errori da non commettere

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Ogni cambiamento ci consente di crescere: una verità facilmente condivisibile, ma non sempre altrettanto facile da comprendere, quando si parla di noi.

E’ normale che il cambiamento faccia paura, perché mette di fronte a nuove responsabilità e a nuove scelte, del cui esito non si può essere certi. Ma ciò non deve essere sufficiente a paralizzarci e a relegarci all’interno di schemi mentali già sperimentati, impedendoci di adottare comportamenti personali più in linea con le esigenze del mercato e dei tempi.

Spesso l’imprenditore moderno, nonostante o a causa, del periodo di crisi che incalza ormai da qualche anno, si rintana in aree di confort mentale che lo portano ad accettare, quasi con serena rassegnazione, perdite di fatturato che possono arrivare anche al 30-40%, pur di non rimettersi in gioco e osare affrontare situazioni nuove in modo diverso.

L’incertezza del risultato che si otterrebbe osando applicare strategie innovative, o semplicemente nuove, fa sì che di fronte all’opportunità di modificare qualcosa di sé per trasformare la propria vita o la propria attività, ci si lasci sfuggire l’occasione, senza nemmeno capirne il motivo.

Abitudini e tradizione, se da un lato tranquillizzano e rassicurano, dall’altro rappresentano, senza ombra di dubbio, i maggiori ostacoli al cambiamento e all’entusiasmo. La situazione paradossale che si viene a creare nella mente dell’imprenditore, dibattuto tra paura e volontà di trasformazione, è quella di chi, rendendosi conto razionalmente della necessità di rimboccarsi le maniche e tentare la strada del rinnovamento, ne è a tal punto spaventato da giustificare inconsciamente il suo immobilismo con il senso di quiete e sicurezza che gli deriva dal riproporre protocolli e paradigmi già così consolidati, che non ha senso metterli in discussione.

Nel far ciò, si tralascia però un aspetto molto importante: il malessere interiore che affiorerà ogniqualvolta sorgerà il dubbio, o nascerà il rimpianto, di aver forse sprecato un’occasione di crescita, miglioramento e cambiamento, non sarà alla lunga garanzia della tanto anelata tranquillità, ma al contrario inciderà fortemente su autostima e motivazione, generando ulteriori ostacoli alla capacità di reagire. La condizione di paralisi (freezing) intellettuale, intuitiva e creativa che si viene così a determinare, inibisce quella naturale propensione verso il nuovo, che dovrebbe connotare la figura dell’imprenditore al passo con i tempi.

Analizziamo quindi cosa può accadere nell’inconscio del nostro imprenditore, quando si trova davanti all’ipotesi di un cambiamento strutturale ed è chiamato ad una scelta. La tensione emotiva in questi casi sale naturalmente e, se non gestita, può arrivare al punto di far individuare nella rinuncia l’unica soluzione possibile. Questo avviene perché il nostro cervello mette in atto quelle che vengono chiamate le “strategie di resistenza al cambiamento”, una sorta di autogiustificazione al non agire, che ci illude di trovare rifugio solo nelle condizioni già conosciute e ci impedisce di orientarci al cambiamento.

Vediamo di seguito quali sono le strategie di resistenza più diffuse.

  1. RISTRETTEZZA DELLA SCELTA: molte persone, poste di fronte alla possibilità dell’alternativa, si rifugiano in un aut-aut, non contemplando l’arricchimento offerto dalla nuova esperienza, ma limitandosi a considerare l’ipotesi di una perdita. Es: “Ma se compro una nuova apparecchiatura, che mi garantisce una resa maggiore e un risparmio di tempo e prodotto, e poi non ho lavoro?”
  2. SEMPLIFICAZIONE AL NEGATIVO: si verifica quando si cerca anche solo il minimo appiglio per confermare le proprie teorie implicite, sugli altri o sulla situazione. Es: “Stai attento a quel fornitore/cliente: chi ti racconta certe cose è poco affidabile.” L’evento che si riporta però, non è oggettivo, ma frutto dei propri schemi di interpretazione.
  3. RASSEGNAZIONE: è la strategia maggiormente applicata nei momenti di crisi. Si sviluppa quando la persona tenta di giustificare la propria passività innanzi alla possibilità di cambiamento, attribuendo alle contingenze esterne il carattere di una insuperabile difficoltà. Es: “Tanto non cambierà nulla, noi non abbiamo alcun potere.”
  4. PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA: è praticamente una conseguenza della strategia precedente. Si ipotizza uno scenario catastrofico o, nel migliore dei casi, che conserva comunque la situazione attuale, e quindi rende del tutto inutile l’ipotesi del cambiamento. Es: “Tanto se anche cambierà qualcosa sarà per poco, poi succederà qualcos’altro che farà ricapitolare tutto.”
  5. RIDUZIONE DI POSITIVITA’: consiste in una forma irriducibile di negazione e ostruzione alla novità. Anche di fronte all’evidenza o alla prospettiva di un possibile cambiamento il soggetto, che è terrorizzato dal fatto di doversi rimettere in discussione, potrebbe facilmente minimizzare le conquiste positive che possono rendere migliore l’esistenza. Es: “Si, d’accordo, otterrò anche un miglioramento… ma sarà come aver tolto una goccia dal mare”.
  6. CONGELAMENTO DELLE PROPRIE CONVINZIONI (ERRATE): ci si fossilizza sulle proprie convinzioni, senza nessuna concessione a mediarle, anche di fronte a palesi cambiamenti di natura storica e culturale. Es: “Io la penso così e basta. Rimango inamovibile sulle mie posizioni”
  7. FATALISMO: è la classica visione rinunciataria delle persone con una bassa autostima. Strategia di resistenza tipica di chi pensa di essere in balìa del destino e nega a sé stesso e agli altri qualunque facoltà di modificare la realtà. Es: “Se dovrà succedere (nel bene o nel male) vuol dire che era destino …io non posso farci niente”.
  8. FIDEISMO SUL PROPRIO INTUITO: spesso abusato da quelle persone che sentono di non sbagliare mai le loro previsioni (in genere quasi sempre catastrofiche) Es: “Lo sento quando non andrà bene, ed io non mi sbaglio mai in queste circostanze.”
  9. RIMPIANTO AL POSITIVO: è quello delle persone che invece ritengono migliore il loro tempo storico ed emettono dure critiche alle circostanze contestuali di una modernità con la quale non sentono di essere in sintonia.
ES. “Una volta si faceva così ed è sempre andato bene. Non sarà certo adesso che inizierò a cambiare, con le nuove tecnologie…”
  10. RIMPIANTO RETRODATATO: è anch’esso caratteristico delle persone con poca consapevolezza di sé, bassa autostima e poca fiducia nelle proprie capacità. Il loro atteggiamento abituale, in presenza di una decisione da prendere o una scelta da fare, è quello di richiamare le occasioni lasciate e i treni perduti. Senso di non autoefficacia, rimorsi, colpe, incapacità a mollare la presa, impediscono loro un percorso di crescita personale e di cambiamento, facendo riemergere soltanto ferite e ricordi di esperienze negative. Sono coloro che cominciano spesso le frasi con “Se a quel tempo avessi…”, e si piangono sopra con un bel “Ormai ho sbagliato e non posso più ritornare indietro”.

Ora che siamo consapevoli delle trappole mentali in cui possiamo inconsciamente cadere, proviamo a fare una riflessione: meglio lasciar andare l’azienda verso una lenta agonia, accontentandoci di quello che possiamo ancora raccogliere, o modellare il business accogliendo l’idea che il cambiamento è parte integrante della nostra attività?

 

LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA

 

 

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Può sembrare il titolo di un romanzo di Harry Potter, ma in realtà, questa non è altro che la definizione di un processo messo in atto dal nostro cervello. In Psicologia infatti, una profezia che si auto-adempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in modo tale, da finire per causare proprio il verificarsi degli eventi temuti.

Fatta questa premessa, proseguiamo con l’analisi della figura dell’imprenditore moderno, alle prese con l’esigenza di imparare ad affrontare sì crisi e problematiche, ma anche innovazioni, nuovi mercati, nuove tecnologie, e nuove strategie di marketing.

In questo periodo storico e in questo panorama sociale e lavorativo, spesso ciò che domina è la paura. Ma una cosa è sicura: quando ci si trova a pensare in modo ricorrente che “la situazione generale è difficile”, che “i mercati sono in crisi”, che “mancano le risorse e le opportunità”, che “tanto ormai abbiamo già detto e fatto tutto ciò che si poteva fare”…ebbene, davanti a noi si alza un muro.

Non c’è nulla di più pericoloso di un atteggiamento come questo, che ci fa cadere preda della rassegnazione e della paura di agire, che ci paralizza per il timore di dire o di fare cose sbagliate, ci blocca per la prospettiva del fallimento. Lo stato d’animo di chi si trova in questa condizione può essere definito in tre parole: mancanza di motivazione.

Eppure, siamo sicuri che sia proprio la situazione oggettivamente difficile a impedirci di reagire? Che sia una reale impossibilità di prendere una qualsivoglia iniziativa a bloccare la nostra creatività?

La risposta è: assolutamente no.

L’oggettiva presenza di un ostacolo, non è sufficiente ad impedire la sua risoluzione se, in chi deve attivarsi, è presente la giusta motivazione ad agire, la dovuta fiducia in sé stesso e nella possibilità di raggiungere il risultato e centrare l’obiettivo prefissato.

Le vere difficoltà sono dentro di noi.

Vi siete mai chiesti se, all’inizio della vostra carriera di imprenditori, quando avete scelto di iniziare questa sfida, le cose fossero realmente tutte rose e fiori? Non c’erano forse incognite, imprevisti, dubbi e perplessità da risolvere, magari perché arrivavate da esperienze pregresse in altri settori, o passavate da un lavoro dipendente ad uno in autonomia? Eppure, tutto ciò rappresentava uno stimolo, non un ostacolo, e se siete riusciti a proseguire è stato proprio perché la determinazione e la fiducia in voi stessi vi hanno consentito di far avverare la profezia in cui credevate, che vi vedeva vincenti. Al contrario, focalizzare l’attenzione sulle difficoltà, convincersi dell’esito negativo delle proprie iniziative o, ancor peggio, convincersi della loro inutilità, non farà altro che determinare un immobilismo con alto rischio di fallimento, quello che, se ci aveste creduto, non si sarebbe mai verificato.

Quando ci aggrappiamo a spiegazioni troppo generalizzate, per giustificare ad esempio un momento di difficoltà lavorativa, proviamo a riflettere: siamo proprio sicuri che il vivere in una realtà più semplice, ci darebbe quella spinta in più, che nell’attuale momento storico non troviamo? Non è che forse troveremmo altre scuse per evitare di scavalcare quel muro di rassegnazione che ci siamo costruiti?
Sono quasi certa che le scuse le troveremmo comunque, e anche numerose…

L’Intelligenza Emotiva è quella parte della nostra intelligenza che ci consente di lavorare su noi stessi, proprio per evitare di cadere in queste trappole psicologiche. Capire ed individuare i nostri talenti ed i nostri punti di forza, conoscere al meglio noi stessi, ci permette di avere la giusta motivazione “al fare”, la sufficiente autostima per accogliere anche l’ipotesi di portare a casa qualche insuccesso, senza che questo vada a minare l’opinione su noi stessi e la nostra ambizione (condizioni indispensabili per la autoaffermazione). Se riusciremo a interiorizzare il concetto che il nostro talento va sempre e comunque espresso, riusciremo a non fermarci davanti alle difficoltà, a non farci scoraggiare, a “provarci” sempre e comunque, a non restare impigliati nei luoghi comuni persino delle notizie che quotidianamente ci vengono trasmesse dai media. Mettiamoci alla prova, sperimentando anche la minima idea o pensiero che ci balena in testa, senza paura, senza condizionamenti e, soprattutto, senza permettere a presunte condizioni esterne di influenzare le nostre potenzialità lavorative. Rafforziamo con adeguati percorsi la nostra abilità emotiva, sviluppiamo il senso critico che è in noi e soprattutto ricordiamoci che dal nostro modo di considerare i problemi dipenderà la loro risoluzione.  Come diceva Henry Ford: “Che tu creda di farcela o no…avrai sempre ragione!”.

E questa non è altro che la profezia che si auto-avvera.

Perché ciò che è più pericoloso non sempre fa paura?

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Come può accadere che un soggetto normalmente responsabile, accetti talvolta di correre un rischio elevato sul posto di lavoro? In moltissime situazioni della vita quotidiana, un individuo non metterebbe mai in atto un comportamento che fosse altamente rischioso per la sua incolumità personale, ma questa necessità di auto-protezione non è sempre percepita allo stesso modo da parte di chi si mette al lavoro.

Ciò avviene perché nell’individuo convivono due forme di pensiero: quello controllato e quello automatico. Applicando il primo, l’individuo pensa in modo razionale e consapevole. Mettendo in atto il secondo invece, l’individuo usa tutta quella parte del pensiero che sfugge al suo controllo e adotta delle decisioni automatiche, ragionando in modo inconsapevole. Il rischio che si corre in questo caso è quello di cadere in distorsioni che non ci permettono, ad esempio, di avere una corretta percezione del rischi. file://localhost/Users/cristiana/Desktop/gas%20auto.jpeg

Un esempio riferito ad uno  specifico campo di interesse, il settore verniciatura, è quello che si verifica davanti ai c.d. eventi invisibili, quelli che ci raffiguriamo con maggiore difficoltà, perché non sono di facile rappresentazione. Nella vita quotidiana, l’esempio più calzante è quello della difficoltà a percepire i danni derivanti dal fumo. Nel campo della verniciatura, si pensi invece alla pericolosità di solventi e diluenti, di pigmenti coloranti, di additivi di vario genere, tutti con elevate proprietà tossiche, i cui effetti però, in quanto non immediatamente e concretamente visibili, vengono percepiti con maggiore difficoltà e, di conseguenza, sono meno temuti.

E’ in casi come questo che una pericolosa sottovalutazione del rischio, può aumentare la probabilità che l’evento dannoso si verifichi.

Mettiamo “in gioco” le emozioni!

Laboratori estivi per lo sviluppo dell'Intelligenza Emotiva nei bambini

 

Prenderanno il via a settembre, a Cassinetta di Lugagnano (MI), due laboratori interattivi dedicati ai bambini tra i 6 e gli 8 anni e tra i 9 e i 12 anni.

Emozioni                                                               Ogni corso prevede 2 giornate di laboratorio interattivo, dalle 9.00 alle 12.00, all’interno del quale, sotto forma di gioco, verrà affrontato il tema delle Emozioni.

L’obiettivo è quello di rendere consapevoli i bambini delle emozioni che provano, insegnar loro a gestirle correttamente e influenzare positivamente la loro autostima, sviluppando le loro abilità di creare relazioni non conflittuali.

Per informazioni e iscrizioni, contattatemi pure attraverso il sito (rubrica Contattami) oppure via mail: clementi.cristiana@gmail.com

 

Formazione in azienda

La solitudine...dei numeri 1!

Sono stata interpellata dall’Associazione Italiana Verniciatori (ANVER), per discutere insieme a loro di un aspetto “caratteriale” legato agli esponenti del settore. Da qui è nato lo spunto per pensare ad una particolare attività formativa dedicata in particolare al mondo della verniciatura, ma estendibile a molte altre tipologie di aziende,  volta ad affrontare insieme agli interessati le problematiche di natura emotiva, relazionale, comunicativa legate alla figura dell’imprenditore. L’attuale periodo storico non ci consente più di applicare i vecchi schemi mentali che garantivano il successo all’impresa: è diventato indispensabile fornire al manager quegli skills necessari ad affrontare emotivamente crisi, problematiche, demotivazione personale o dei collaboratori, stress e…perchè no, anche il successo.

Da qui, il mio articolo.

Fino ad oggi si è ritenuto che possedere talento tecnico, competenze specifiche, risorse economiche, fosse la ricetta per un sicuro successo imprenditoriale. Ma in un periodo storico e in uno scenario lavorativo come quello attuale, tutto ciò, pur se necessario, non è più sufficiente. Gli imprenditori, sempre più frequentemente, si pongono interrogativi su quali siano le strategie vincenti, le tecnologie migliori, gli investimenti più sicuri, ma spesso non trovano risposte convincenti e avvertono un senso di solitudine e smarrimento, che li vede sommersi nelle loro problematiche, senza un valido strumento per reagire allo sconforto e, perché no, al panico che può venir generato da un momento di crisi lavorativa. Per risultare “vincenti” oggi, diventa indispensabile adottare un nuovo stile di pensiero, o meglio, un nuovo approccio mentale al ruolo che si ricopre. La figura dell’imprenditore richiede attualmente una capacità di adeguamento al sistema lavorativo e alle esigenze di mercato, che presuppone doti interiori non comuni, ma soprattutto specifiche abilità nel rapportarsi diversamente, in primis con sé stessi e, secondariamente, con gli stereotipi e gli schemi mentali appresi, tramandati e praticati sino ad oggi nello svolgimento della propria attività. Ciò che oggi conta davvero è un diverso modo di essere intelligenti, ovvero quel particolare talento che ci consente di mettere in discussione una concezione limitata, e superata, di quelle che sono le capacità utili sul lavoro, concezione secondo la quale “la competenza tecnica é tutto”.

Il cambiamento, soprattutto quello personale, non è mai facile, ma è possibile.

La prima resistenza da vincere è proprio quella al cambiamento stesso. La più grossa difficoltà a modificare qualcosa in noi o nelle nostre abitudini, nei nostri schemi mentali o comportamentali, per assurdo è provocata proprio dalle numerose semplificazioni che la tecnologia ci ha fornito negli ultimi decenni. L’attività cognitiva del nostro cervello è andata via via impigrendosi, grazie al continuo progresso tecnologico che ci ha concesso di ottenere i massimi risultati con il minimo sforzo. Ma, se da un lato questo ha fornito degli indubbi vantaggi, dall’altro ci ha progressivamente portati ad una sorta di inerzia, ad un impoverimento del pensiero e ad un depauperamento del linguaggio e, di conseguenza, ad una diminuzione delle capacità analitico-concettuali e creative, indispensabili invece per raggiungere soluzioni evolute e qualitativamente efficaci e produttive.

Dobbiamo quindi iniziare da un lavoro su noi stessi per sviluppare tutte quelle doti e abilità interiori “sopite”, che ignoriamo di avere, ma che ci consentiranno di raggiungere la consapevolezza, l’equilibrio, la motivazione e il coraggio necessari per diventare e rimanere…dei numeri 1!

 

Genitori, insegnanti, allenatori

regole...per poter dare le regole

Molte persone si sono rivolte a me lamentando la difficoltà di “farsi ascoltare”, di “ottenere risultati dai figli” o paventando che “il bambino abbia qualche problema”. Mai ho riscontrato sinora qualche patologia per la quale indirizzare i genitori da uno specialista. Per questo ho pensato che forse sarebbe stato utile dare qualche istruzione per l’uso (liberi di seguirle o meno…non è una verità assoluta!) a chi si trova in una di queste posizioni, perché se oggettivamente non c’è nulla che non vada nei bambini, forse può esserci qualcosa da aggiustare nel rapporto che instauriamo con loro. Pensate una cosa: noi ci preoccupiamo tanto quando i bambini crescono di seguire il loro sviluppo fisico (controlli dal pediatra, dal dentista – tutti con l’apparecchio!- dall’oculista, dall’ortopedico, ma trascuriamo sempre di prendere in considerazione il cervello, la mente del bambino, perché riteniamo che occuparsene sia indice di qualcosa che non va in lui. Invece il cervello è un organo come un altro, la mente del bambino si sviluppa esattamente come tutto il resto del corpo, quindi perché non verificarne il percorso e non cercare di sintonizzarci con lui? Come facciamo con le altre branche della medicina. Se il bambino ha carenza di calcio, gli diamo il latte, se manca di potassio la banana, se ha bisogno di ricostituente le vitamine, gli mettiamo gli occhiali, e così via. Ma…se il bambino ha bisogno di crescere “dentro”, di avere, nel diventare grande, un accompagnamento di un certo tipo piuttosto che di un altro, se necessita di un tipo rapporto anziché di un altro, sembra quasi che questa sia “aria fritta”. Dobbiamo quindi cercare di monitorare anche questo aspetto, ma non solo per verificare se nel bambino tutto procede bene, bensì anche per cercare di imparare a modellare il nostro modo di comportarci con lui, adattandolo a quelle che sono le sue reali esigenze, per ottenere nel rapporto (soprattutto educativo) i risultati migliori. Ecco perché, al di là del lavoro singolo che ciascuno di noi deve fare nel ruolo genitoriale, con il proprio bambino, ritengo utile parlare di alcune regole generali che possono fare da filo conduttore nell’attività educativa, sia che sia svolta da un genitore, che da un insegnante, da un allenatore sportivo o da un educatore ricreativo.

  • ENTRIAMO NEL VIVO DEL TEMA: NUOVI SCHEMI, NON NUOVI VALORI. Da che mondo è mondo, tutti i genitori hanno educato i propri figli, tutti i maestri hanno insegnato, i bambini sono sempre andati all’oratorio e a fare sport e grossi problemi non ce ne sono mai stati. Allora perché oggi ci poniamo così spesso il problema di avere dei bambini turbolenti, troppo vivaci, che fanno fatica a rispettare le regole, o quando diventano adolescenti ci accorgiamo che non hanno ideali, non hanno passioni, non hanno voglia di impegnarsi, sono già sfiduciati e stentano a trovare la loro strada? Come ho detto già in altre occasioni, forse oggi il vecchio buonsenso della nonna, dell’istinto materno, della sig.ra maestra che ognuno di noi porta nel cuore anche da adulto, non bastano più. Ma non perché i bambini di oggi siano migliori o peggiori di quelli di una volta, né perché …“ah, noi ai nostri tempi …” a prescindere da quello che facevamo!(errore madornale che tutti almeno una volta abbiamo fatto!). Semplicemente perché i bambini di oggi sono DIVERSI. Per decenni la società ha subito dei mutamenti costanti, in tutti i campi, ma molto lenti. E’ solo negli ultimi decenni che il mondo ha avuto una accelerata incredibile, nella tecnologia in primis, ed è un processo quasi inarrestabile al quale noi facciamo un po’ di fatica a stare dietro, perché richiede delle doti di adattabilità, di resilienza, non indifferenti. Ed è qui il punto. Anche nel campo educativo, noi dobbiamo trovare non dei valori nuovi da insegnare (perché i veri valori non è vero che cambiano col tempo, sono universali), non delle nuove cose da insegnare ( a parte quelle tecnologiche…alla storia si è affiancata l’Informatica!), ma dei NUOVI SCHEMI MENTALI PER CAPIRE COME EDUCARE. Dobbiamo aggiungere qualcosa di nuovo, qualche competenza in più, perchè non abbiamo più schemi validi da riproporre: mentre per anni abbiamo seguito quelli che ci avevano tramandato ed andavano benissimo, oggi non funzionano più, perché i ragazzi sono diversi, perché noi siamo diversi.
  • VEDIAMO ALLORA COSA VUOL DIRE EDUCARE. Non significa trasmettere semplicemente insegnamenti, ma AIUTARE CHI ABBIAMO DI FRONTE AD INTRAPRENDERE UN PERCORSO EVOLUTIVO CHE GLI CONSENTA DI SVILUPPARE AL MEGLIO LE PROPRIE CARATTERISTICHE, DOTI, ATTITUDINI, TALENTI, POTENZIALITÀ, ECC. FORNENDOGLI GLI STRUMENTI PER FARLO.

Gli strumenti sono di due tipi: i primi riguardano le competenze personali (consapevolezza di sé, autostima, motivazione, equilibrio, in una parola l’Intelligenza Emotiva di cui cparla Goleman); i secondi riguardano invece le “regole di base” per vivere in una società civile (educazione, istruzione, etica, valori, ecc.).

Non e’ poco, vero? Ci si rende subito conto di quanto difficile sia questo “mestiere” di educatore che potremmo chiamare proprio così, mestiere, parafrasando le parole di un grande scrittore, che parlava del “mestiere di vivere”. E questo, perché il ruolo educativo, fa parte della nostra vita, quindi dobbiamo imparare a farlo bene.

Qui non entreremo nel dettaglio di COSA dobbiamo insegnare ai nostri bambini/ragazzi, (anche perché abbiamo visto che già questi tre ruoli citati nel titolo, hanno delle finalità educative e degli obiettivi molto diversi tra loro), ma ci concentreremo su COME FARE per insegnarlo nel modo corretto. Per questo parliamo di tre figure diverse tra loro, ma complementari nel ruolo educativo, proprio per trovare il filo conduttore nel SISTEMA educazione, a prescindere dai contenuti che vogliamo trasmettere.

Esistono quindi delle regole per imparare a dare le regole?

Diciamo che è utile sapere alcune cose, per impostare un rapporto con i ragazzi che ci consenta di ottenere i risultati migliori nel nostro compito.

Partiamo da questa slide per iniziare a riflettere: “Se tratti un uomo quale realmente è, egli rimarrà così com’ è. Ma se lo tratti come se già fosse quello che dovrebbe essere, egli lo diverrà” .(Goethe)

Riguardo ai primi strumenti cui accennavamo poc’anzi, le nuove ricerche in campo psicologico e delle neuroscienze, mettono sempre più spesso in crisi i vecchi assiomi e gli stereotipi in base ai quali tutto ciò che noi siamo, la nostra intelligenza, talento, potenzialità, attitudine ecc., siano un patrimonio innato, non modificabile né estendibile col passare del tempo. Secondo i nuovi approcci, “noi siamo ciò che diventiamo, grazie a ciò che scegliamo o non scegliamo di fare e di pensare”. Questa sembra una frase banale e apparentemente molto semplice. In realtà è piuttosto complessa e soprattutto implica una potenziale rilettura di moltissimi aspetti delle discipline umane e rimette al centro la scelta individuale. In pratica, non possiamo più limitarci a pensare che “siamo quel che siamo”, che tutto è frutto della genetica, perché noi siamo qualcosa di molto più complesso del nostro bagaglio genetico (DNA). A volte poi, non essendo del tutto consapevoli di questa potenzialità, non ci rendiamo nemmeno conto dell’importanza che hanno le scelte che operiamo, ma non solo nei nostri confronti, bensì anche per quelli che ci circondano.

  • LA FORMA MENTIS. E’ l’atteggiamento mentale che assumiamo per muoverci nella nostra vita. Per interagire, per scegliere, per imparare, ecc.

Dal punto di vista educativo: se se la nostra forma mentis ci porta a credere che le qualità e i talenti di un individuo siano innati, agiremo di conseguenza e ne deriverà una serie di comportamenti e atteggiamenti da parte nostra, che ci porteranno a concentrarci nella ricerca di quali siano queste attitudini e qualità per assecondarle il più possibile. Nel ruolo di formatore però, questo atteggiamento è un grosso limite.

Se, al contrario, crediamo che le capacità si acquisiscano e possano svilupparsi (aiutate anche dalle qualità innate, ma non necessariamente conseguenti ad esse), il nostro comportamento sarà volto a creare le condizioni di crescita per me e per le persone con cui mi relaziono.

Questa è la differenza, in modo molto semplice, tra forma mentis statica (la prima) e forma mentis dinamica (la seconda), differenza che comporta un ripensamento di per tutto il mondo educativo, psicologico e mangeriale.

Il modo in cui ragioniamo, è un fattore predittivo del buon successo di quanto stiamo intraprendendo (studio, lavoro, ecc.) e per creare persone con questa forma mentis dinamica, bisogna innanzi tutto possederla.

La forma mentis statica è quella predisposta a rilevare i segni della nostra inadeguatezza, a farci percepire la paura di vedere limitati, ostacolati, non riconosciuti, i nostri talenti innati, ci porta ad avere paura dell’errore, del giudizio, perché potrebbe compromettere il riconoscimento delle nostre qualità, ci fa percepire lo sbaglio o l’incapacità come un fallimento, perché si basa sull’assioma: successo= intelligenza. Prende in considerazione il risultato e non il processo. Il punto d’arrivo e non la strada percorsa per arrivarci. Sono state fatte delle ricerche in America con bambini delle scuole elementari dalle quale è emerso proprio questo aspetto. Chiesto a un campione che andava da bambini delle elementari a giovani adulti con forma mentis statica, “QUANDO TI SENTI INTELLIGENTE?”, la risposta fu:

  1. QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.
  2. QUANDO FINISCO QUALCOSA VELOCEMENTE ED E’ PERFETTA.
  3. QUANDO UN COMPITO PER ME E’ FACILE, MENTRE GLI ALTRI NON CI RIESCONO.

4 QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.

La stessa domanda fatta a bambini con forma mentis dinamica, ha avuto come risposta:

  1. QUANDO IL PROBLEMA CHE DEVO RISOLVERE E’ DAVVERO DIFFICILE E MI DEVO IMPEGNARE TANTO PER RISOLVERLO. 2
  2. QUANDO IMPARO QUALCOSA DI NUOVO.
  3. QUANDO LAVORO A LUNGO SU QUALCOSA, E COMINCIO A VENIRNE A CAPO.

La difficoltà era vista come uno sprone, non come un ostacolo. Questi bambini scelgono poi di affrontare via via problemi sempre più difficili, perché amano mettersi in gioco, in quanto hanno capito che solo così si può imparare. I bambini del primo tipo invece, scelgono di risolvere problemi sempre della stessa difficoltà, perché sono sicuri di raggiungere il risultato.

Al di là dell’importanza di questi studi per l’ambito scolastico, pensate anche a quanti risvolti può avere nella vita privata e nella crescita di un bambino come persona, non semplicemente come alunno, o come atleta.

La forma mentis dinamica è la struttura di ragionamento che invece da importanza principalmente processo di crescita dell’individuo.

Vi rendete conto quindi dell’importanza di assumere l’una o l’altra forma mentis? Se è evidente ciò che questo può comportare nell’ambito scolastico o agonistico, meno evidente è il risultato a cui può portare all’interno della famiglia avere un genitore con forma mentis statica o dinamica. Molti di noi sono stati educati in questo modo e così abbiamo replicato il modello appreso. Il rischio più grave che si corre applicando una mentalità di questo tipo è di ottenere persone che abbiano continuamente bisogno di conferme alla propria intelligenza, personalità, carattere.Saranno persone che ragioneranno in termini di “CE LA FARO’? FARO’ LA FIGURA DELLO STUPIDO? VERRO’ ACCETTATO O RIFIUTATO? SARO’ CONSIDERATO UN PERDENTE O UN VINCENTE?”. E torno a ribadire: pensate a tutte le fragilità dei nostri giovani e adolescenti: sempre più spesso se ci troviamo davanti ad adolescenti fragili, insicuri, scoraggiati, non motivati, è perché probabilmente, in perfetta buona fede li abbiamo cresciuti abituandoli a ragionare con la forma mentis sbagliata. Tutto questo incide non poco su autostima e motivazione. E autostima e motivazione sono elementi essenziali perché una persona raggiunga un livello di formazione adeguato. Ma come far apprendere, anche le regole, ad una persona se non è motivata, se non crede in se stessa e se parte già con la paura di non farcela? E’ UN LAVORO TUTTO IN SALITA!!! Pensiamo però ora agli errori più comuni che commettiamo tutti. Nessun genitore si alza al mattino pensando “cosa posso fare oggi per danneggiare mio figlio?”. Eppure, con tanto amore e in perfetta buona fede a volte facciamo dei danni incredibili senza saperlo. Alcuni esempi:

  •  lodare l’intelligenza dei bambini danneggia la loro motivazione e danneggia le loro prestazioni
  • se il successo significa che sono intelligenti, apprezzati, amati, il fallimento significa che sono stupidi, fa temer loro di non venir apprezzati e di non essere amati.

Quante volte pensiamo che un bambino rinunci a praticare uno sport in cui  emergeva, per capriccio, perché non vuole ubbidire ed è ribelle, perché non riesce a sottostare alle regole dell’allenatore? Soprattutto in sport individuai e non di squadra, dove viene a mancare l’elemento spogliatoio che fa anche divertire e motivare.

Queste sono spiegazioni che ci diamo noi, ma in realtà la sua è una paura di confronto, di non essere all’altezza, di deludere. Perché inconsciamente lo abbiamo indotto a pensare che da lui ci si aspettano risultati.

  •  ALCUNE REGOLE
  • ALZARE GLI STANDARD. Sia nell’apprendimento, che nello sport, che nella crescita personale.
  • FARE UN PATTO: io ti prometto che tu imparerai. Un vero contratto, che crea complicità. – Il trucco è dire: so che per te è difficile fare…, so che tu non sai…., so che fai difficoltà a …, ma io ti prometto che ne sarai capace. Credo nelle tue possibilità e ci devi credere anche tu. Questo approccio rilassa, mette l’accento sul percorso più che sul risultato, crea complicità e motiva a mettersi in gioco.
  • FAR NOTARE I PROGRESSI.
  • USARE FRASI COME : non sono più intelligente di te, ho solo più esperienza.

L’abilità di chi ha una BUONA I.E. è farla sviluppare anche nell’altro, ovvero tirar fuori il meglio di sé, ma non lo si può fare giudicando quanto sta facendo e dicendogli semplicemente che non va bene.

L’errore da non commettere con questo tipo di bambini e adolescenti è proprio quello di farli sentire confinati in una situazione, giudicata negativa. Niente di più pericoloso di farli sentire etichettati. A questo punto cosa succede? Il bambino si rassegna a non essere all’altezza delle aspettative del genitore, ma cosa può fare? Cercherà allora di emergere comunque e lo farà eccellendo nelle sue doti negative, perché comunque ha bisogno di un riconoscimento e se non lo può avere buono, almeno lo avrà cattivo. Sarà comunque un modo di attirare l’attenzione, di essere al centro dei pensieri delle persone che si devono occupare di lui.

CONCLUSIONI

  • L’ideale quindi è aprire il dialogo, coinvolgendo tutte le figure educative presenti nella vita del bambino. Creare momenti di scambio periodici, anche con allenatori o educatori del ricreatorio, proprio per capire se riusciamo a realizzare un continuum nel percorso educativo. E’ vero che i bambini hanno bisogno anche di confrontarsi con stili educativi diversi, ma i messaggi che facciamo passare non devono essere contradditori o in contrasto tra loro.
  • Poi però, e questo è fondamentale, ognuno deve essere protagonista del proprio  ruolo e non confonderlo con quello degli altri. II bambino è il centro dei nostri interessi, ma ce ne dobbiamo occupare perseguendo di volta in volta l’obiettivo commisurato al ruolo che in quel momento il bambino sta ricoprendo, ovvero quello del figlio, dell’alunno, dell’allievo o del bambino che va giocare all’oratorio in un momento di svago.
  • Concordiamo le linee guida per far vincere la squadra, parliamo tra noi ma non per dire ciascuno all’altro cosa deve fare.

Le figure educative devono fare squadra e ciò su cui dobbiamo confrontarci è :

  1. Come far funzionare la squadra (strategie comuni)
  2. Perché la squadra non ottiene risultati? (ipotesi, non accuse!)
  3. Cosa si può fare per migliorare? (progetti comuni)

Educare: forse il buon senso non basta più.

Adulti preparati aiutano i ragazzi a crescere meglio

Sempre più spesso si rivolgono a me genitori, insegnanti, allenatori sportivi, lamentando la “ingovernabilità” dei ragazzi con cui si rapportano e avanzando l’ipotesi che sia una caratteristica generalizzata nei giovani d’oggi. Quasi mai però, viene il sospetto che in una società in continua evoluzione, dove la tecnologia cambia ad ogni secondo, dove un orologio digitale ti consente di pagare il conto al supermercato, mandando in crisi di identità il vecchio portafoglio o addirittura la carta di credito, possa essere necessario fare un passo avanti anche nella metodologia che usiamo per aiutare i nostri ragazzi nel loro percorso di crescita.

Non mi stancherò mai di sottolineare che EDUCARE non significa trasmettere degli insegnamenti (spesso con la formula “io so e parlo, tu noi sai e ascolti”), ma significa intraprendere un percorso di formazione, affiancando passo dopo passo la persona che ci sta a cuore, per sviluppare in lui tutte quelle abilità che rendono una persona adulta ed equilibrata. Un percorso non facile, ma sicuramente più impegnativo per chi sta dalla parte dell’educatore che non da quella dell’allievo!

Ecco perché ritengo indispensabile che chiunque ricopra un ruolo educativo, a qualsiasi livello, padroneggi alcune nozioni base, che gli saranno sicuramente utili a non commettere quei pericolosi danni, fatti a fin di bene, che poi ci portano a dire in buona fede…”mah, non capisco, questo ragazzo ha dei problemi..”

E se i problemi non fosse il ragazzo ad averli? Forse, la soluzione è più facile di quanto non si creda…

Di tutto questo parleremo in una serata a Cassinetta di Lugagnano, venerdì 27 marzo alle ore 21.00, dal titolo “Genitori, insegnanti, allenatori: regole… per poter dare le regole!”

L’ingresso è aperto a tutti.

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S.O.S.Emozioni

Dopo il successo della I° edizione, svoltasi nello scorso novembre, sta per partire nuovamente a Cassinetta di Lugagnano (MI) il Corso dedicato alle Emozioni e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.

A breve verrà pubblicato il calendario con tutti i dettagli e le modalità di iscrizione.

PS. A quanti hanno partecipato alla I° edizione del Corso S.O.S. Emozioni, sarà invece riservato il Ciclo di Laboratori di approfondimento (esercitazioni pratiche) in partenza da fine marzo. Prossimamente verranno comunicate le modalità di adesione.

 

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