Dimmi chi ti compra e ti dirò chi sei

Cultural Profiling e Intelligenza Emotiva: nuove strategie al servizio delle aziende

A pag. 34 della Rivista “Beesness”, N. 1 di gennaio 2015, il nuovo articolo di Cristiana Clementi

http://www.cataloghierivistedigitali.it/pub/9e5qLNL/index.html

 

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È ancora possibile educare?

Dibattito intorno al libro “L’Educazione (Im)possibile” di Vittorio Andreoli

Ritengo l’argomento educazione molto interessante per tutti noi, sia per gli addetti ai lavori, che per genitori, ma anche semplicemente per noi in quanto appartenenti alla collettività, alla società. E il problema dell’educazione È un problema sociale.

Per trattare questo tema, prenderò spunto dall’ultimo libro del prof. Andreoli che, come tutti sapete, è uno psichiatra che da sempre si occupa dei problemi dei giovani, del disagio, ma soprattutto delle problematiche legate al periodo dell’adolescenza.

Questo libro, che Andreoli stesso tiene a definire non un manuale, con tecniche e ricette da seguire, bensì uno spunto di riflessione per tutti noi, si presenta con un titolo emblematico: L’educazione (im)possibile. Vedete, proprio quella parentesi, rappresenta un po’ lo spirito stesso del libro. Sembrerebbe una affermazione pessimistica, ma in realtà così non è e Andreoli lascia intravedere uno spiraglio, ad una condizione però, che io traduco in parole povere, terra a terra, con una affermazione: è ancora possibile educare? Sì, purché signori ci diamo una smossa!

Andreoli realizza una fotografia molto precisa della società di oggi, senza giudizi o valutazioni, in modo obiettivo e ci spinge ad esercitare il nostro senso critico su ciò che vediamo, viviamo, facciamo e diciamo. Soprattutto, cerca di descrivere le caratteristiche principali del periodo adolescenziale, fornendo così ai genitori delle informazioni preziose per capire meglio i propri figli. Vorrei citare le principali.

Innanzi tutto, va tenuto presente che l’adolescenza è un periodo di METAMORFOSI, fisica, mentale e sociale e, come tutti i cambiamenti fa PAURA. Si abbandona un periodo dorato, come l’infanzia, dove il nostro mondo è circoscritto a poche figure, stabili e rassicuranti, per passare ad un mondo sconosciuto, più ampio, dove spunta la paura della solitudine, la paura di non essere accettati, dove iniziamo ad avere un ruolo sociale e temiamo di non essere all’altezza, dove per la prima volta ci sentiamo giudicati, mentre nell’infanzia davamo per scontato di essere accettati da mamma e papà per come eravamo, e tutto questa fa una gran paura. Spesso poi, come sappiamo, la paura non viene gestita e si trasforma in atteggiamenti di aggressione e reazione spropositata. (PARENTESI: un’informazione molto utile e tranquillizzante che Andreoli da ai genitori disperati, perché i figli sono diventati ingestibili, ribelli, perché li detestano e li contestano, sembrano quasi disprezzarli, è questa: più E’ STATO BELLO IL PERIODO DELL’INFANZIA, PIU’ I RAGAZZI NELL’ADOLESCENZA SARANNO IN OPPOSIZIONE AI GENITORI. Questo perché è talmente difficile il distacco dal periodo precedente, bello e rassicurante, che l’unico modo per fare il salto è quello di mettersi CONTRO a tutto ciò che quel periodo ricorda e rappresenta. Quindi, genitori, non disperatevi, ma gratificatevi perché vuol dire che finora avete fatto un buon lavoro. L’unica cosa è sapere aspettare, perché l’adolescenza passa, e saper gestire la situazione, senza farsi prendere dal panico o dallo sconforto).

A questo punto Andreoli si chiede cosa voglia dire effettivamente educare e la sua risposta è: insegnare a vivere.
Per farlo, è necessario seguire un metodo che consiste in due punti:

  1. VIVERE INSIEME, CREARE UNA RELAZIONE. La relazione implica un sentimento, il sentimento crea LEGAMI. Non ti potrò mai trasmettere nulla se non ho una relazione con te. Ma ATTENZIONE: l’errore che noi commettiamo è quello di concepire l’educazione come una filosofia, un sapere, come il parlar bene, il conoscere la storia. Ma non è solo così. L’educazione non è il trasmettere verbalmente una serie di informazioni o regole. Ricordiamo innanzi tutto l’origine di questa parola, la sua etimologia, che deriva dal latino: ex-ducere, condurre fuori. Ovvero: tirar fuori il meglio dalle risorse interiori di una persona, metterla in condizione di sviluppare appieno tutte le sue potenzialità, per come può e per quanto può, ma al meglio di sé stesso. Dare tutti gli strumenti per questo percorso, stare a fianco nel processo educativo, ma non inculcare. Stare affianco corrisponde al vivere insieme di cui parla Andreoli e non significa dire, parlare, magari telefonare, collegarsi in skype, ma CONDIVIDERE, FARE LE COSE INSIEME, DIVENTARE ESEMPIO. Bisogna non sottovalutare il linguaggio del corpo, la comunicazione non verbale, stando attenti sia a come comunichiamo noi tramite il linguaggio non verbale con i nostri figli, sia riuscendo anche a cogliere i segnali che i nostri figli ci mandano. (Spesso da me vengono genitori che si preoccupano per cosa i figli dicono, fanno, per come si comportano, ma quasi mai un genitore mi viene a riferire che è preoccupato da quello che il figlio non dice o non fa…).
  2. PASSARE DAL CONCETTO DI IO A QUELLO DI NOI.  Questa è una rivoluzione molto difficile, ma molto importante secondo Andreoli, perché si distacca da quello che è stato per eccellenza l’oggetto degli studi di psicanalisi, dal 900 in poi, a partire da Freud con la sua  “L’interpretazione dei sogni”, periodo in cui  tutto era centrato sull’io. Ciò ha avuto una certa importanza, ma ora dobbiamo rivolgerci al noi.

Il concetto del NOI, della collettività, Andreoli lo esprime benissimo tramite la metafora DELL’ORCHESTRA e fa riferimento soprattutto a Famiglia e Scuola. Pensiamo alla famiglia come un quartetto di musicisti. Ognuno esercita il suo ruolo come ogni musicista suona il proprio strumento: chi il violino, chi la viola, chi il violoncello o il flauto. Ogni musicista ha un compito preciso, che deve svolgere al meglio, ma pur essendo un ottimo professionista il risultato finale non sarà ottimale se tra tutti i musicisti non verrà creata armonia, se non integreranno le loro professionalità. La stessa cosa avverrà nel famiglia e, non a caso, Andreoli individua nella mancanza o nella confusione di ruoli uno dei più grossi problemi. Come in un quartetto non serve ci siano due violini, o due violoncelli, così in una famiglia non servono ad esempio due mamme, o meglio una mamma e un mammo. Ma di questo ne parleremo magari più tardi.

Continuando nell’excursus del libro, l’autore ribadisce quanto ai ragazzi sia importante dare delle certezze, soprattutto in un periodo confuso come quello dell’adolescenza. E il problema, secondo Andreoli è proprio quello che mai come in questo periodo storico viviamo invece in una società in continua trasformazione, dalla quale giungono segnali contradditori, nella quale i valori antichi sono stati sostituiti da altri più effimeri come il denaro, il potere e la bellezza, dove non siamo in grado di  garantire un futuro certo ai nostri ragazzi e quindi nemmeno a motivarli ad impegnarsi e a far fatica per raggiungere degli obiettivi.

Dobbiamo reintrodurre il concetto di BISOGNI: sappiamo quali sono realmente i bisogni dei nostri figli? Ma non quelli indotti, quelli reali. La realtà è che oggi c’è un’ingegneria meccanica dei bisogni e non lasciamo nemmeno che i nostri figli li manifestino, che già li abbiamo soddisfatti…

Io mi occupo di formazione a livello individuale su tematiche emotivo-relazionali. Vedo persone che si rivolgono a me per le problematiche più diverse, dal lavoro, al bisogno di autostima e motivazione, a problematiche di coppia o alle difficoltà di comunicare. Così come sempre più spesso vengono da me genitori di bambini o ragazzi adolescenti, disorientati da figli maleducati, svogliati, insoddisfatti, ribelli. Anche se i problemi sembrano tra loro profondamente diversi, c’è invece un unico filo conduttore in tutte le situazioni: ed è proprio questa difficoltà a relazionarsi, a comunicare, a entrare in relazione. Quello che posso dire di aver capito è che il primo e vero bisogno dei nostri figli è quello di imparare a gestire i legami, le relazioni, l’affettività e soprattutto quello di ritornare a vedere in questi concetti dei VALORI. I ragazzi di oggi sono tutti estremamente intelligenti, ma altrettanto estremamente carenti a livello affettivo ed emozionale. Sono tutti abilissimi nelle tecnologie ed esperti del mondo digitale, ma ricordiamoci che, per quanto strumento utile e straordinario per l’apprendimento, Internet non potrà mai sostituire nemmeno il peggiore dei padri!

Ma Come si fa ad educare se non si comunica??? E per comunicare devo conoscere il mio interlocutore e trovare il modo migliore per sintonizzarmi sulla sua lunghezza d’onda. Devo entrare in armonia con lui.

Io non credo, come dicono in molti che la famiglia sia scomparsa, penso però che si sia profondamente modificata e forse non in meglio. Tutta la nostra società si è modificata e questo rende ancora più difficile orientarci e trovare delle regole, perché è tutto nuovo e non abbiamo modelli precedenti cui ispirarci. La famiglia, dicevo non è più una piccola orchestra, ma un luogo dove ognuno suona il suo strumento, una somma di Io separati. Non funziona. Pensavamo che il problema dell’educazione si risolvesse aumentando il numero degli asili. E invece è ancora sulla funzione dell’educazione familiare che dobbiamo puntare. Per questo io punto molto nei miei incontri sullo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva, per racchiudere tutto in un’unica parola, ovvero lo sviluppo di quelle competenze che non sappiamo forse nemmeno di possedere, che ci consentono di conoscere noi stessi, accettarci con i nostri limiti (Fragilità/Debolezza), imparare a costruire legami e gestire relazioni, a comunicare in modo non violento, ovvero finalizzato a non interrompere i rapporti, soprattutto in un periodo delicato come quello dell’adolescenza.

Vedete quindi qual è il senso della parentesi del titolo: se non modifichiamo qualcosa, e presto, a livello sociale, non possiamo allo stato attuale delle cose sperare di poter singolarmente dare un’educazione ai nostri figli. Né si può pensare che oggi l’educazione sia affidabile ad un’unica entità: o la famiglia, o la scuola, o l’oratorio, o la società sportiva… E non dobbiamo soprattutto permettere che questi soggetti entrino in competizione tra loro, scaricando doveri, colpe e responsabilità da uno all’altro. Deve entrare in gioco il concetto metaforico proposto da Andreoli, quello di orchestra, di armonia.

* Testo tratto dalla conferenza tenutasi mercoledì 10 settembre 2014 ore 21.00
presso il Centro Polifunzionale di Cassinetta di Lugagnano (MI)

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Il mio nemico carissimo: il Sè ideale

Ma quante volte ci siamo ritrovati a chiederci se avevamo fatto la cosa giusta, se in quell’occasione avremmo potuto essere migliori, se eravamo all’altezza di chi ci stava accanto, se avevamo deluso qualcuno, se era stato giusto arrabbiarci a quel modo, se forse non avremmo dovuto evitare di comportarci così, se eravamo poi tanto cattivi come la rabbia che avevamo dentro ci faceva pensare di essere,  se eravamo in grado di svolgere bene il nostro ruolo o  eravamo inadeguati, se…se…se…?

Chi di noi non si è mai interrogato su queste cose e chi di noi non si è giudicato,  criticato, condannato per questi aspetti? Beh, penso quasi tutti. E fino a qualche anno fa, anch’io ho fatto parte della folta schiera dei “giudici di se stessi”, quei giudici che (contrariamente a quanto si pensa normalmente dei magistrati!) non sono mai in sciopero, lavorano anche nei weekend e a Ferragosto, emettono le loro sentenze in un unico grado di giudizio e senza appello. Ma soprattutto, quei giudici che non sbagliano mai. In effetti la tendenza di chi giudica sé stesso, è proprio quella di essere intransigente fino all’esasperazione e di non ammettere di avere una visione parziale, o di parte, della propria essenza.
Sì, ma…che vitaccia ragazzi!

Poi, un giorno, mi sono imbattuta nella mia intelligenza emotiva, che ha fatto capolino approfittando di un attimo di distrazione della razionalità che di solito mi contraddistingue, e tra noi è stato subito amore! Mi si  è aperto un mondo, ho iniziato a guardarmi con  occhi diversi, regalandomi consapevolezze nuove. Ho iniziato ad accogliere (e non dico a condividere….anzi, di condividere non se ne parla proprio!) tutti quegli aspetti di me che rappresentavano fino a poco prima un problema. Mi sono accorta che quella gran fatica quotidiana per essere sempre “all’altezza di….” in realtà non rispondeva ad una mia reale necessità, ma alla voglia inconscia di soddisfare le aspettative di chi, fin da quando ero piccola, sicuramente in buona fede e pensando esclusivamente al mio bene, mi aveva fatto capire cosa si sarebbe aspettato da me, o meglio, da quella bambina che pensava io fossi, e che un giorno si sarebbe  sicuramente potuta trasformare in una “donna ideale”.  A quel punto quindi la folgorazione: ma allora? vuoi vedere che il sé ideale che mi sono prefissata di realizzare, non è affatto il mio, ma il riflesso di quello che gli altri vedevano in me? consapevole di questo, il problema si è modificato e, soprattutto, semplificato. Diventa molto più facile guardarsi con benevolenza e accoglienza, se ci si ama per quello che si è,, con pregi e difetti, senza fare paragoni con quello che dovremmo essere o che potremmo diventare, convincendosi soprattutto del fatto che la prima persona a cui dobbiamo piacere, siamo proprio noi. A noi stessi, prima che agli altri,  dobbiamo concedere il lusso di essere imperfetti, di sbagliare, di ricrederci, di scegliere di modificarci o rimanere uguali, di essere meravigliosi e al tempo stesso orrendi, di essere proattivi ed egoisti, incazzosi e troppo pazienti, autosufficienti e autonomi o affettivamente dipendenti. insomma: dobbiamo concederci il lusso e il privilegio di…. essere umani!!!!

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Parliamo, parliamo, parliamo…ma comunichiamo???

Non sempre un malessere interiore, un momento di incertezza, di dubbio, uno stato di indecisione sul cosa fare o come comportarsi,  una difficoltà a relazionarsi in modo sereno con chi ci circonda, nascondono una problematica di tipo psicologico. Ad ognuno di noi capita nella vita di tutti i giorni di dover risolvere problemi che all’improvviso ci appaiono insormontabili, oppure ci sembra di non riuscire a gestire l’ansia o lo stress che ci provoca il dover prendere una decisione difficile, e questo spesso rischia di farci sprofondare nello sconforto e, di conseguenza nell’isolamento.

La solitudine è uno dei mali peggiori della nostra società, che per assurdo mai come in questo momento è bombardata da parole, da immagini, da social media che imperversano, da Twitter che cinguettano e da amicizie che si concedono, senza sapere a chi. Ma tutto questo parlare, nasconde in realtà una totale mancanza di comunicazione. Sì, perchè la prima caratteristica di una buona comunicazione non è il parlare, ma il saper ascoltare. Ma come si fa ad “ascoltare” un messaggino, un collegamento in chat, una mail o un sms? Certo, non è facile farlo e a volte nemmeno gli addetti ai lavori ci riescono.

Eppure, anche questi nuovi modi di relazionarsi, ci dicono qualcosa e ci parlano spesso proprio di solitudine e di isolamento, di ragazzi che non trovano altro modo per stare in compagnia, di bambini che non hanno qualcuno con cui parlare se non un bellissimo tablet, di persone che per sentirsi al centro dell’attenzione e percepirsi parte di un gruppo, si affidano a  comunità virtuali. Ma in tutto questo chi ci rimette è la relazione… questa sconosciuta. Non per nulla nel gergo dei “digitali” si parla di contatti, e un contatto (appunto…) non è una relazione, non è un rapporto, non è un vero scambio, perchè la voglia di parlare, di postare, di twittare, di dire la propria, di proclamare  “mi piace”, “non mi piace” , “non mi piace più”,  sovrasta la voglia di ascoltare chi si ha  di fronte.

Non è quindi una vera priorità quella di recuperare il valore della relazione, dello star bene insieme, ma soprattutto dell’iniziare a star bene con se stessi? Imparare a conoscersi, a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie qualità, ad accogliere i propri lati deboli, è il primo passo per risolvere quei problemi di ansia, stress, disagio, sconforto che spesso ci fanno scappare da noi stessi per rifugiarci in un mondo virtuale pieno di immagini, voci, parole, contatti…e di tanta solitudine.

Come dicevo all’inizio di questo articolo, non sempre è necessario ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta o di uno psicanalista per conoscere sé stessi. Esistono percorsi di formazione individuale, che aiutano a capire quali sono i propri meccanismi relazionali, le mappe mentali che attiviamo abitualmente, i dinamismi psicologici che stanno alla base delle nostre azioni, grazie ai quali acquisiamo consapevolezza di noi e capacità di affrontare e gestire con positività il nostro qui e ora.

Il metodo che uso abitualmente e propongo ai miei clienti si chiama Training 1to1.

Rendere incisivo un corso di formazione in tema di sicurezza sul lavoro

Se a distanza ormai di tanti anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 626/94, e dopo tanta Formazione erogata ai lavoratori, non si sono ancora raggiunti risultati ottimali, il problema è forse quello non tanto dei contenuti, quanto della progettazione dei corsi.

In tema di sicurezza sul lavoro, il corso di formazione ideale dovrebbe tener presente, oltre alle caratteristiche di tipo socio- culturale dei destinatari, anche e soprattutto i meccanismi che vengono attivati dagli individui per rappresentarsi il problema (in questo caso il rischio lavorativo cui sono sottoposti) ed andare, di conseguenza, ad agire strategicamente  proprio su queste dinamiche psicologiche.

I giovani non colgono la pericolosità a sufficienza? Il motivo è che hanno attivato l’euristica della disponibilità e sarà sulla conoscenza di questo dato che andrà tarato l’intervento.

Le persone più anziane hanno maggior rappresentazione della frequenza? La regola che hanno applicato per comprendere il problema è stata l’euristica dell’ancoraggio.

Se le donne hanno minor sensibilità nei confronti della gravità, si può anche  ipotizzare che la frequenza con cui sono state vittime di danni gravi sia inferiore a quella degli uomini per un semplice dato statistico, quello del minor impiego, e per l’assegnazione di mansioni meno a rischio infortuni.

Se, infine, le categorie con più basso grado di istruzione sono le meno recettive al cambiamento successivamente alla frequentazione di un corso, ciò può essere dovuto anche alla difficoltà di comprensione del contenuto.

Capita purtroppo molto, troppo, spesso che il docente non tenga conto del livello di scolarità dell’aula in cui opera, e riproponga sempre lo stesso pacchetto formativo standard. Il problema è proprio questo:

              fare formazione

 

non corrisponde a fare docenza.  

In un tema delicato come quello della tutela della salute e della vita, nei posti di lavoro, non ci si può limitare a scegliere come docente un esperto in normative, un giuslavorista, o un tecnico specializzato nella mansione che si va  ad illustrare. La figura da privilegiare è quella di un esperto in processi formativi, che sappia progettare e realizzare un percorso nel rispetto di tutti i canoni  che la scienza della formazione prevede per consentire il raggiungimento del giusto saper essere. Qualora il progettista non fosse sufficientemente preparato su alcune delle tematiche specifiche da trattare, si potrà affidare lo svolgimento di quel particolare argomento ad un  esperto del settore (si pensi agli elementi di Pronto Soccorso, alle  tecniche antincendio, alla guida dei carrelli elevatori ecc.), ma assolutamente mai si potrà prescindere dalla competenza di un formatore professionista nella progettazione del corso.

Per quanto riguarda poi possibili sviluppi futuri dei corsi di formazione in tema di sicurezza sul lavoro, ispirandomi a quanto già ipotizzato da altri Autori a proposito del problema degli incidenti stradali degli adolescenti, mi sento di ipotizzare l’inserimento nell’ambito del corso di formazione, di testimonianze dirette di quanti, addetti a mansioni uguali o analoghe a quelle dei partecipanti, hanno corso i medesimi rischi e purtroppo ne hanno subito gravi conseguenze, patendo ancor oggi  il peso del danno riportato, con la propria invalidità.

Un esempio così concreto, visibile e tangibile, introdotto in aula, è una valida leva motivazionale, che oltretutto prescinde dal grado di cultura, dall’età e dal sesso dei partecipanti, e potrebbe quindi favorire, in modo uniforme, un aumento della percezione del rischio, dando una giusta dimensione alle euristiche di ragionamento di chi si appresta ad agire in sicurezza.

Cristiana Clementi