Genitori, insegnanti, allenatori

regole...per poter dare le regole

Molte persone si sono rivolte a me lamentando la difficoltà di “farsi ascoltare”, di “ottenere risultati dai figli” o paventando che “il bambino abbia qualche problema”. Mai ho riscontrato sinora qualche patologia per la quale indirizzare i genitori da uno specialista. Per questo ho pensato che forse sarebbe stato utile dare qualche istruzione per l’uso (liberi di seguirle o meno…non è una verità assoluta!) a chi si trova in una di queste posizioni, perché se oggettivamente non c’è nulla che non vada nei bambini, forse può esserci qualcosa da aggiustare nel rapporto che instauriamo con loro. Pensate una cosa: noi ci preoccupiamo tanto quando i bambini crescono di seguire il loro sviluppo fisico (controlli dal pediatra, dal dentista – tutti con l’apparecchio!- dall’oculista, dall’ortopedico, ma trascuriamo sempre di prendere in considerazione il cervello, la mente del bambino, perché riteniamo che occuparsene sia indice di qualcosa che non va in lui. Invece il cervello è un organo come un altro, la mente del bambino si sviluppa esattamente come tutto il resto del corpo, quindi perché non verificarne il percorso e non cercare di sintonizzarci con lui? Come facciamo con le altre branche della medicina. Se il bambino ha carenza di calcio, gli diamo il latte, se manca di potassio la banana, se ha bisogno di ricostituente le vitamine, gli mettiamo gli occhiali, e così via. Ma…se il bambino ha bisogno di crescere “dentro”, di avere, nel diventare grande, un accompagnamento di un certo tipo piuttosto che di un altro, se necessita di un tipo rapporto anziché di un altro, sembra quasi che questa sia “aria fritta”. Dobbiamo quindi cercare di monitorare anche questo aspetto, ma non solo per verificare se nel bambino tutto procede bene, bensì anche per cercare di imparare a modellare il nostro modo di comportarci con lui, adattandolo a quelle che sono le sue reali esigenze, per ottenere nel rapporto (soprattutto educativo) i risultati migliori. Ecco perché, al di là del lavoro singolo che ciascuno di noi deve fare nel ruolo genitoriale, con il proprio bambino, ritengo utile parlare di alcune regole generali che possono fare da filo conduttore nell’attività educativa, sia che sia svolta da un genitore, che da un insegnante, da un allenatore sportivo o da un educatore ricreativo.

  • ENTRIAMO NEL VIVO DEL TEMA: NUOVI SCHEMI, NON NUOVI VALORI. Da che mondo è mondo, tutti i genitori hanno educato i propri figli, tutti i maestri hanno insegnato, i bambini sono sempre andati all’oratorio e a fare sport e grossi problemi non ce ne sono mai stati. Allora perché oggi ci poniamo così spesso il problema di avere dei bambini turbolenti, troppo vivaci, che fanno fatica a rispettare le regole, o quando diventano adolescenti ci accorgiamo che non hanno ideali, non hanno passioni, non hanno voglia di impegnarsi, sono già sfiduciati e stentano a trovare la loro strada? Come ho detto già in altre occasioni, forse oggi il vecchio buonsenso della nonna, dell’istinto materno, della sig.ra maestra che ognuno di noi porta nel cuore anche da adulto, non bastano più. Ma non perché i bambini di oggi siano migliori o peggiori di quelli di una volta, né perché …“ah, noi ai nostri tempi …” a prescindere da quello che facevamo!(errore madornale che tutti almeno una volta abbiamo fatto!). Semplicemente perché i bambini di oggi sono DIVERSI. Per decenni la società ha subito dei mutamenti costanti, in tutti i campi, ma molto lenti. E’ solo negli ultimi decenni che il mondo ha avuto una accelerata incredibile, nella tecnologia in primis, ed è un processo quasi inarrestabile al quale noi facciamo un po’ di fatica a stare dietro, perché richiede delle doti di adattabilità, di resilienza, non indifferenti. Ed è qui il punto. Anche nel campo educativo, noi dobbiamo trovare non dei valori nuovi da insegnare (perché i veri valori non è vero che cambiano col tempo, sono universali), non delle nuove cose da insegnare ( a parte quelle tecnologiche…alla storia si è affiancata l’Informatica!), ma dei NUOVI SCHEMI MENTALI PER CAPIRE COME EDUCARE. Dobbiamo aggiungere qualcosa di nuovo, qualche competenza in più, perchè non abbiamo più schemi validi da riproporre: mentre per anni abbiamo seguito quelli che ci avevano tramandato ed andavano benissimo, oggi non funzionano più, perché i ragazzi sono diversi, perché noi siamo diversi.
  • VEDIAMO ALLORA COSA VUOL DIRE EDUCARE. Non significa trasmettere semplicemente insegnamenti, ma AIUTARE CHI ABBIAMO DI FRONTE AD INTRAPRENDERE UN PERCORSO EVOLUTIVO CHE GLI CONSENTA DI SVILUPPARE AL MEGLIO LE PROPRIE CARATTERISTICHE, DOTI, ATTITUDINI, TALENTI, POTENZIALITÀ, ECC. FORNENDOGLI GLI STRUMENTI PER FARLO.

Gli strumenti sono di due tipi: i primi riguardano le competenze personali (consapevolezza di sé, autostima, motivazione, equilibrio, in una parola l’Intelligenza Emotiva di cui cparla Goleman); i secondi riguardano invece le “regole di base” per vivere in una società civile (educazione, istruzione, etica, valori, ecc.).

Non e’ poco, vero? Ci si rende subito conto di quanto difficile sia questo “mestiere” di educatore che potremmo chiamare proprio così, mestiere, parafrasando le parole di un grande scrittore, che parlava del “mestiere di vivere”. E questo, perché il ruolo educativo, fa parte della nostra vita, quindi dobbiamo imparare a farlo bene.

Qui non entreremo nel dettaglio di COSA dobbiamo insegnare ai nostri bambini/ragazzi, (anche perché abbiamo visto che già questi tre ruoli citati nel titolo, hanno delle finalità educative e degli obiettivi molto diversi tra loro), ma ci concentreremo su COME FARE per insegnarlo nel modo corretto. Per questo parliamo di tre figure diverse tra loro, ma complementari nel ruolo educativo, proprio per trovare il filo conduttore nel SISTEMA educazione, a prescindere dai contenuti che vogliamo trasmettere.

Esistono quindi delle regole per imparare a dare le regole?

Diciamo che è utile sapere alcune cose, per impostare un rapporto con i ragazzi che ci consenta di ottenere i risultati migliori nel nostro compito.

Partiamo da questa slide per iniziare a riflettere: “Se tratti un uomo quale realmente è, egli rimarrà così com’ è. Ma se lo tratti come se già fosse quello che dovrebbe essere, egli lo diverrà” .(Goethe)

Riguardo ai primi strumenti cui accennavamo poc’anzi, le nuove ricerche in campo psicologico e delle neuroscienze, mettono sempre più spesso in crisi i vecchi assiomi e gli stereotipi in base ai quali tutto ciò che noi siamo, la nostra intelligenza, talento, potenzialità, attitudine ecc., siano un patrimonio innato, non modificabile né estendibile col passare del tempo. Secondo i nuovi approcci, “noi siamo ciò che diventiamo, grazie a ciò che scegliamo o non scegliamo di fare e di pensare”. Questa sembra una frase banale e apparentemente molto semplice. In realtà è piuttosto complessa e soprattutto implica una potenziale rilettura di moltissimi aspetti delle discipline umane e rimette al centro la scelta individuale. In pratica, non possiamo più limitarci a pensare che “siamo quel che siamo”, che tutto è frutto della genetica, perché noi siamo qualcosa di molto più complesso del nostro bagaglio genetico (DNA). A volte poi, non essendo del tutto consapevoli di questa potenzialità, non ci rendiamo nemmeno conto dell’importanza che hanno le scelte che operiamo, ma non solo nei nostri confronti, bensì anche per quelli che ci circondano.

  • LA FORMA MENTIS. E’ l’atteggiamento mentale che assumiamo per muoverci nella nostra vita. Per interagire, per scegliere, per imparare, ecc.

Dal punto di vista educativo: se se la nostra forma mentis ci porta a credere che le qualità e i talenti di un individuo siano innati, agiremo di conseguenza e ne deriverà una serie di comportamenti e atteggiamenti da parte nostra, che ci porteranno a concentrarci nella ricerca di quali siano queste attitudini e qualità per assecondarle il più possibile. Nel ruolo di formatore però, questo atteggiamento è un grosso limite.

Se, al contrario, crediamo che le capacità si acquisiscano e possano svilupparsi (aiutate anche dalle qualità innate, ma non necessariamente conseguenti ad esse), il nostro comportamento sarà volto a creare le condizioni di crescita per me e per le persone con cui mi relaziono.

Questa è la differenza, in modo molto semplice, tra forma mentis statica (la prima) e forma mentis dinamica (la seconda), differenza che comporta un ripensamento di per tutto il mondo educativo, psicologico e mangeriale.

Il modo in cui ragioniamo, è un fattore predittivo del buon successo di quanto stiamo intraprendendo (studio, lavoro, ecc.) e per creare persone con questa forma mentis dinamica, bisogna innanzi tutto possederla.

La forma mentis statica è quella predisposta a rilevare i segni della nostra inadeguatezza, a farci percepire la paura di vedere limitati, ostacolati, non riconosciuti, i nostri talenti innati, ci porta ad avere paura dell’errore, del giudizio, perché potrebbe compromettere il riconoscimento delle nostre qualità, ci fa percepire lo sbaglio o l’incapacità come un fallimento, perché si basa sull’assioma: successo= intelligenza. Prende in considerazione il risultato e non il processo. Il punto d’arrivo e non la strada percorsa per arrivarci. Sono state fatte delle ricerche in America con bambini delle scuole elementari dalle quale è emerso proprio questo aspetto. Chiesto a un campione che andava da bambini delle elementari a giovani adulti con forma mentis statica, “QUANDO TI SENTI INTELLIGENTE?”, la risposta fu:

  1. QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.
  2. QUANDO FINISCO QUALCOSA VELOCEMENTE ED E’ PERFETTA.
  3. QUANDO UN COMPITO PER ME E’ FACILE, MENTRE GLI ALTRI NON CI RIESCONO.

4 QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.

La stessa domanda fatta a bambini con forma mentis dinamica, ha avuto come risposta:

  1. QUANDO IL PROBLEMA CHE DEVO RISOLVERE E’ DAVVERO DIFFICILE E MI DEVO IMPEGNARE TANTO PER RISOLVERLO. 2
  2. QUANDO IMPARO QUALCOSA DI NUOVO.
  3. QUANDO LAVORO A LUNGO SU QUALCOSA, E COMINCIO A VENIRNE A CAPO.

La difficoltà era vista come uno sprone, non come un ostacolo. Questi bambini scelgono poi di affrontare via via problemi sempre più difficili, perché amano mettersi in gioco, in quanto hanno capito che solo così si può imparare. I bambini del primo tipo invece, scelgono di risolvere problemi sempre della stessa difficoltà, perché sono sicuri di raggiungere il risultato.

Al di là dell’importanza di questi studi per l’ambito scolastico, pensate anche a quanti risvolti può avere nella vita privata e nella crescita di un bambino come persona, non semplicemente come alunno, o come atleta.

La forma mentis dinamica è la struttura di ragionamento che invece da importanza principalmente processo di crescita dell’individuo.

Vi rendete conto quindi dell’importanza di assumere l’una o l’altra forma mentis? Se è evidente ciò che questo può comportare nell’ambito scolastico o agonistico, meno evidente è il risultato a cui può portare all’interno della famiglia avere un genitore con forma mentis statica o dinamica. Molti di noi sono stati educati in questo modo e così abbiamo replicato il modello appreso. Il rischio più grave che si corre applicando una mentalità di questo tipo è di ottenere persone che abbiano continuamente bisogno di conferme alla propria intelligenza, personalità, carattere.Saranno persone che ragioneranno in termini di “CE LA FARO’? FARO’ LA FIGURA DELLO STUPIDO? VERRO’ ACCETTATO O RIFIUTATO? SARO’ CONSIDERATO UN PERDENTE O UN VINCENTE?”. E torno a ribadire: pensate a tutte le fragilità dei nostri giovani e adolescenti: sempre più spesso se ci troviamo davanti ad adolescenti fragili, insicuri, scoraggiati, non motivati, è perché probabilmente, in perfetta buona fede li abbiamo cresciuti abituandoli a ragionare con la forma mentis sbagliata. Tutto questo incide non poco su autostima e motivazione. E autostima e motivazione sono elementi essenziali perché una persona raggiunga un livello di formazione adeguato. Ma come far apprendere, anche le regole, ad una persona se non è motivata, se non crede in se stessa e se parte già con la paura di non farcela? E’ UN LAVORO TUTTO IN SALITA!!! Pensiamo però ora agli errori più comuni che commettiamo tutti. Nessun genitore si alza al mattino pensando “cosa posso fare oggi per danneggiare mio figlio?”. Eppure, con tanto amore e in perfetta buona fede a volte facciamo dei danni incredibili senza saperlo. Alcuni esempi:

  •  lodare l’intelligenza dei bambini danneggia la loro motivazione e danneggia le loro prestazioni
  • se il successo significa che sono intelligenti, apprezzati, amati, il fallimento significa che sono stupidi, fa temer loro di non venir apprezzati e di non essere amati.

Quante volte pensiamo che un bambino rinunci a praticare uno sport in cui  emergeva, per capriccio, perché non vuole ubbidire ed è ribelle, perché non riesce a sottostare alle regole dell’allenatore? Soprattutto in sport individuai e non di squadra, dove viene a mancare l’elemento spogliatoio che fa anche divertire e motivare.

Queste sono spiegazioni che ci diamo noi, ma in realtà la sua è una paura di confronto, di non essere all’altezza, di deludere. Perché inconsciamente lo abbiamo indotto a pensare che da lui ci si aspettano risultati.

  •  ALCUNE REGOLE
  • ALZARE GLI STANDARD. Sia nell’apprendimento, che nello sport, che nella crescita personale.
  • FARE UN PATTO: io ti prometto che tu imparerai. Un vero contratto, che crea complicità. – Il trucco è dire: so che per te è difficile fare…, so che tu non sai…., so che fai difficoltà a …, ma io ti prometto che ne sarai capace. Credo nelle tue possibilità e ci devi credere anche tu. Questo approccio rilassa, mette l’accento sul percorso più che sul risultato, crea complicità e motiva a mettersi in gioco.
  • FAR NOTARE I PROGRESSI.
  • USARE FRASI COME : non sono più intelligente di te, ho solo più esperienza.

L’abilità di chi ha una BUONA I.E. è farla sviluppare anche nell’altro, ovvero tirar fuori il meglio di sé, ma non lo si può fare giudicando quanto sta facendo e dicendogli semplicemente che non va bene.

L’errore da non commettere con questo tipo di bambini e adolescenti è proprio quello di farli sentire confinati in una situazione, giudicata negativa. Niente di più pericoloso di farli sentire etichettati. A questo punto cosa succede? Il bambino si rassegna a non essere all’altezza delle aspettative del genitore, ma cosa può fare? Cercherà allora di emergere comunque e lo farà eccellendo nelle sue doti negative, perché comunque ha bisogno di un riconoscimento e se non lo può avere buono, almeno lo avrà cattivo. Sarà comunque un modo di attirare l’attenzione, di essere al centro dei pensieri delle persone che si devono occupare di lui.

CONCLUSIONI

  • L’ideale quindi è aprire il dialogo, coinvolgendo tutte le figure educative presenti nella vita del bambino. Creare momenti di scambio periodici, anche con allenatori o educatori del ricreatorio, proprio per capire se riusciamo a realizzare un continuum nel percorso educativo. E’ vero che i bambini hanno bisogno anche di confrontarsi con stili educativi diversi, ma i messaggi che facciamo passare non devono essere contradditori o in contrasto tra loro.
  • Poi però, e questo è fondamentale, ognuno deve essere protagonista del proprio  ruolo e non confonderlo con quello degli altri. II bambino è il centro dei nostri interessi, ma ce ne dobbiamo occupare perseguendo di volta in volta l’obiettivo commisurato al ruolo che in quel momento il bambino sta ricoprendo, ovvero quello del figlio, dell’alunno, dell’allievo o del bambino che va giocare all’oratorio in un momento di svago.
  • Concordiamo le linee guida per far vincere la squadra, parliamo tra noi ma non per dire ciascuno all’altro cosa deve fare.

Le figure educative devono fare squadra e ciò su cui dobbiamo confrontarci è :

  1. Come far funzionare la squadra (strategie comuni)
  2. Perché la squadra non ottiene risultati? (ipotesi, non accuse!)
  3. Cosa si può fare per migliorare? (progetti comuni)

Written by Cristiana Clementi