Genitori, insegnanti, allenatori

regole...per poter dare le regole

Molte persone si sono rivolte a me lamentando la difficoltà di “farsi ascoltare”, di “ottenere risultati dai figli” o paventando che “il bambino abbia qualche problema”. Mai ho riscontrato sinora qualche patologia per la quale indirizzare i genitori da uno specialista. Per questo ho pensato che forse sarebbe stato utile dare qualche istruzione per l’uso (liberi di seguirle o meno…non è una verità assoluta!) a chi si trova in una di queste posizioni, perché se oggettivamente non c’è nulla che non vada nei bambini, forse può esserci qualcosa da aggiustare nel rapporto che instauriamo con loro. Pensate una cosa: noi ci preoccupiamo tanto quando i bambini crescono di seguire il loro sviluppo fisico (controlli dal pediatra, dal dentista – tutti con l’apparecchio!- dall’oculista, dall’ortopedico, ma trascuriamo sempre di prendere in considerazione il cervello, la mente del bambino, perché riteniamo che occuparsene sia indice di qualcosa che non va in lui. Invece il cervello è un organo come un altro, la mente del bambino si sviluppa esattamente come tutto il resto del corpo, quindi perché non verificarne il percorso e non cercare di sintonizzarci con lui? Come facciamo con le altre branche della medicina. Se il bambino ha carenza di calcio, gli diamo il latte, se manca di potassio la banana, se ha bisogno di ricostituente le vitamine, gli mettiamo gli occhiali, e così via. Ma…se il bambino ha bisogno di crescere “dentro”, di avere, nel diventare grande, un accompagnamento di un certo tipo piuttosto che di un altro, se necessita di un tipo rapporto anziché di un altro, sembra quasi che questa sia “aria fritta”. Dobbiamo quindi cercare di monitorare anche questo aspetto, ma non solo per verificare se nel bambino tutto procede bene, bensì anche per cercare di imparare a modellare il nostro modo di comportarci con lui, adattandolo a quelle che sono le sue reali esigenze, per ottenere nel rapporto (soprattutto educativo) i risultati migliori. Ecco perché, al di là del lavoro singolo che ciascuno di noi deve fare nel ruolo genitoriale, con il proprio bambino, ritengo utile parlare di alcune regole generali che possono fare da filo conduttore nell’attività educativa, sia che sia svolta da un genitore, che da un insegnante, da un allenatore sportivo o da un educatore ricreativo.

  • ENTRIAMO NEL VIVO DEL TEMA: NUOVI SCHEMI, NON NUOVI VALORI. Da che mondo è mondo, tutti i genitori hanno educato i propri figli, tutti i maestri hanno insegnato, i bambini sono sempre andati all’oratorio e a fare sport e grossi problemi non ce ne sono mai stati. Allora perché oggi ci poniamo così spesso il problema di avere dei bambini turbolenti, troppo vivaci, che fanno fatica a rispettare le regole, o quando diventano adolescenti ci accorgiamo che non hanno ideali, non hanno passioni, non hanno voglia di impegnarsi, sono già sfiduciati e stentano a trovare la loro strada? Come ho detto già in altre occasioni, forse oggi il vecchio buonsenso della nonna, dell’istinto materno, della sig.ra maestra che ognuno di noi porta nel cuore anche da adulto, non bastano più. Ma non perché i bambini di oggi siano migliori o peggiori di quelli di una volta, né perché …“ah, noi ai nostri tempi …” a prescindere da quello che facevamo!(errore madornale che tutti almeno una volta abbiamo fatto!). Semplicemente perché i bambini di oggi sono DIVERSI. Per decenni la società ha subito dei mutamenti costanti, in tutti i campi, ma molto lenti. E’ solo negli ultimi decenni che il mondo ha avuto una accelerata incredibile, nella tecnologia in primis, ed è un processo quasi inarrestabile al quale noi facciamo un po’ di fatica a stare dietro, perché richiede delle doti di adattabilità, di resilienza, non indifferenti. Ed è qui il punto. Anche nel campo educativo, noi dobbiamo trovare non dei valori nuovi da insegnare (perché i veri valori non è vero che cambiano col tempo, sono universali), non delle nuove cose da insegnare ( a parte quelle tecnologiche…alla storia si è affiancata l’Informatica!), ma dei NUOVI SCHEMI MENTALI PER CAPIRE COME EDUCARE. Dobbiamo aggiungere qualcosa di nuovo, qualche competenza in più, perchè non abbiamo più schemi validi da riproporre: mentre per anni abbiamo seguito quelli che ci avevano tramandato ed andavano benissimo, oggi non funzionano più, perché i ragazzi sono diversi, perché noi siamo diversi.
  • VEDIAMO ALLORA COSA VUOL DIRE EDUCARE. Non significa trasmettere semplicemente insegnamenti, ma AIUTARE CHI ABBIAMO DI FRONTE AD INTRAPRENDERE UN PERCORSO EVOLUTIVO CHE GLI CONSENTA DI SVILUPPARE AL MEGLIO LE PROPRIE CARATTERISTICHE, DOTI, ATTITUDINI, TALENTI, POTENZIALITÀ, ECC. FORNENDOGLI GLI STRUMENTI PER FARLO.

Gli strumenti sono di due tipi: i primi riguardano le competenze personali (consapevolezza di sé, autostima, motivazione, equilibrio, in una parola l’Intelligenza Emotiva di cui cparla Goleman); i secondi riguardano invece le “regole di base” per vivere in una società civile (educazione, istruzione, etica, valori, ecc.).

Non e’ poco, vero? Ci si rende subito conto di quanto difficile sia questo “mestiere” di educatore che potremmo chiamare proprio così, mestiere, parafrasando le parole di un grande scrittore, che parlava del “mestiere di vivere”. E questo, perché il ruolo educativo, fa parte della nostra vita, quindi dobbiamo imparare a farlo bene.

Qui non entreremo nel dettaglio di COSA dobbiamo insegnare ai nostri bambini/ragazzi, (anche perché abbiamo visto che già questi tre ruoli citati nel titolo, hanno delle finalità educative e degli obiettivi molto diversi tra loro), ma ci concentreremo su COME FARE per insegnarlo nel modo corretto. Per questo parliamo di tre figure diverse tra loro, ma complementari nel ruolo educativo, proprio per trovare il filo conduttore nel SISTEMA educazione, a prescindere dai contenuti che vogliamo trasmettere.

Esistono quindi delle regole per imparare a dare le regole?

Diciamo che è utile sapere alcune cose, per impostare un rapporto con i ragazzi che ci consenta di ottenere i risultati migliori nel nostro compito.

Partiamo da questa slide per iniziare a riflettere: “Se tratti un uomo quale realmente è, egli rimarrà così com’ è. Ma se lo tratti come se già fosse quello che dovrebbe essere, egli lo diverrà” .(Goethe)

Riguardo ai primi strumenti cui accennavamo poc’anzi, le nuove ricerche in campo psicologico e delle neuroscienze, mettono sempre più spesso in crisi i vecchi assiomi e gli stereotipi in base ai quali tutto ciò che noi siamo, la nostra intelligenza, talento, potenzialità, attitudine ecc., siano un patrimonio innato, non modificabile né estendibile col passare del tempo. Secondo i nuovi approcci, “noi siamo ciò che diventiamo, grazie a ciò che scegliamo o non scegliamo di fare e di pensare”. Questa sembra una frase banale e apparentemente molto semplice. In realtà è piuttosto complessa e soprattutto implica una potenziale rilettura di moltissimi aspetti delle discipline umane e rimette al centro la scelta individuale. In pratica, non possiamo più limitarci a pensare che “siamo quel che siamo”, che tutto è frutto della genetica, perché noi siamo qualcosa di molto più complesso del nostro bagaglio genetico (DNA). A volte poi, non essendo del tutto consapevoli di questa potenzialità, non ci rendiamo nemmeno conto dell’importanza che hanno le scelte che operiamo, ma non solo nei nostri confronti, bensì anche per quelli che ci circondano.

  • LA FORMA MENTIS. E’ l’atteggiamento mentale che assumiamo per muoverci nella nostra vita. Per interagire, per scegliere, per imparare, ecc.

Dal punto di vista educativo: se se la nostra forma mentis ci porta a credere che le qualità e i talenti di un individuo siano innati, agiremo di conseguenza e ne deriverà una serie di comportamenti e atteggiamenti da parte nostra, che ci porteranno a concentrarci nella ricerca di quali siano queste attitudini e qualità per assecondarle il più possibile. Nel ruolo di formatore però, questo atteggiamento è un grosso limite.

Se, al contrario, crediamo che le capacità si acquisiscano e possano svilupparsi (aiutate anche dalle qualità innate, ma non necessariamente conseguenti ad esse), il nostro comportamento sarà volto a creare le condizioni di crescita per me e per le persone con cui mi relaziono.

Questa è la differenza, in modo molto semplice, tra forma mentis statica (la prima) e forma mentis dinamica (la seconda), differenza che comporta un ripensamento di per tutto il mondo educativo, psicologico e mangeriale.

Il modo in cui ragioniamo, è un fattore predittivo del buon successo di quanto stiamo intraprendendo (studio, lavoro, ecc.) e per creare persone con questa forma mentis dinamica, bisogna innanzi tutto possederla.

La forma mentis statica è quella predisposta a rilevare i segni della nostra inadeguatezza, a farci percepire la paura di vedere limitati, ostacolati, non riconosciuti, i nostri talenti innati, ci porta ad avere paura dell’errore, del giudizio, perché potrebbe compromettere il riconoscimento delle nostre qualità, ci fa percepire lo sbaglio o l’incapacità come un fallimento, perché si basa sull’assioma: successo= intelligenza. Prende in considerazione il risultato e non il processo. Il punto d’arrivo e non la strada percorsa per arrivarci. Sono state fatte delle ricerche in America con bambini delle scuole elementari dalle quale è emerso proprio questo aspetto. Chiesto a un campione che andava da bambini delle elementari a giovani adulti con forma mentis statica, “QUANDO TI SENTI INTELLIGENTE?”, la risposta fu:

  1. QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.
  2. QUANDO FINISCO QUALCOSA VELOCEMENTE ED E’ PERFETTA.
  3. QUANDO UN COMPITO PER ME E’ FACILE, MENTRE GLI ALTRI NON CI RIESCONO.

4 QUANDO NON COMMETTO NESSUN ERRORE.

La stessa domanda fatta a bambini con forma mentis dinamica, ha avuto come risposta:

  1. QUANDO IL PROBLEMA CHE DEVO RISOLVERE E’ DAVVERO DIFFICILE E MI DEVO IMPEGNARE TANTO PER RISOLVERLO. 2
  2. QUANDO IMPARO QUALCOSA DI NUOVO.
  3. QUANDO LAVORO A LUNGO SU QUALCOSA, E COMINCIO A VENIRNE A CAPO.

La difficoltà era vista come uno sprone, non come un ostacolo. Questi bambini scelgono poi di affrontare via via problemi sempre più difficili, perché amano mettersi in gioco, in quanto hanno capito che solo così si può imparare. I bambini del primo tipo invece, scelgono di risolvere problemi sempre della stessa difficoltà, perché sono sicuri di raggiungere il risultato.

Al di là dell’importanza di questi studi per l’ambito scolastico, pensate anche a quanti risvolti può avere nella vita privata e nella crescita di un bambino come persona, non semplicemente come alunno, o come atleta.

La forma mentis dinamica è la struttura di ragionamento che invece da importanza principalmente processo di crescita dell’individuo.

Vi rendete conto quindi dell’importanza di assumere l’una o l’altra forma mentis? Se è evidente ciò che questo può comportare nell’ambito scolastico o agonistico, meno evidente è il risultato a cui può portare all’interno della famiglia avere un genitore con forma mentis statica o dinamica. Molti di noi sono stati educati in questo modo e così abbiamo replicato il modello appreso. Il rischio più grave che si corre applicando una mentalità di questo tipo è di ottenere persone che abbiano continuamente bisogno di conferme alla propria intelligenza, personalità, carattere.Saranno persone che ragioneranno in termini di “CE LA FARO’? FARO’ LA FIGURA DELLO STUPIDO? VERRO’ ACCETTATO O RIFIUTATO? SARO’ CONSIDERATO UN PERDENTE O UN VINCENTE?”. E torno a ribadire: pensate a tutte le fragilità dei nostri giovani e adolescenti: sempre più spesso se ci troviamo davanti ad adolescenti fragili, insicuri, scoraggiati, non motivati, è perché probabilmente, in perfetta buona fede li abbiamo cresciuti abituandoli a ragionare con la forma mentis sbagliata. Tutto questo incide non poco su autostima e motivazione. E autostima e motivazione sono elementi essenziali perché una persona raggiunga un livello di formazione adeguato. Ma come far apprendere, anche le regole, ad una persona se non è motivata, se non crede in se stessa e se parte già con la paura di non farcela? E’ UN LAVORO TUTTO IN SALITA!!! Pensiamo però ora agli errori più comuni che commettiamo tutti. Nessun genitore si alza al mattino pensando “cosa posso fare oggi per danneggiare mio figlio?”. Eppure, con tanto amore e in perfetta buona fede a volte facciamo dei danni incredibili senza saperlo. Alcuni esempi:

  •  lodare l’intelligenza dei bambini danneggia la loro motivazione e danneggia le loro prestazioni
  • se il successo significa che sono intelligenti, apprezzati, amati, il fallimento significa che sono stupidi, fa temer loro di non venir apprezzati e di non essere amati.

Quante volte pensiamo che un bambino rinunci a praticare uno sport in cui  emergeva, per capriccio, perché non vuole ubbidire ed è ribelle, perché non riesce a sottostare alle regole dell’allenatore? Soprattutto in sport individuai e non di squadra, dove viene a mancare l’elemento spogliatoio che fa anche divertire e motivare.

Queste sono spiegazioni che ci diamo noi, ma in realtà la sua è una paura di confronto, di non essere all’altezza, di deludere. Perché inconsciamente lo abbiamo indotto a pensare che da lui ci si aspettano risultati.

  •  ALCUNE REGOLE
  • ALZARE GLI STANDARD. Sia nell’apprendimento, che nello sport, che nella crescita personale.
  • FARE UN PATTO: io ti prometto che tu imparerai. Un vero contratto, che crea complicità. – Il trucco è dire: so che per te è difficile fare…, so che tu non sai…., so che fai difficoltà a …, ma io ti prometto che ne sarai capace. Credo nelle tue possibilità e ci devi credere anche tu. Questo approccio rilassa, mette l’accento sul percorso più che sul risultato, crea complicità e motiva a mettersi in gioco.
  • FAR NOTARE I PROGRESSI.
  • USARE FRASI COME : non sono più intelligente di te, ho solo più esperienza.

L’abilità di chi ha una BUONA I.E. è farla sviluppare anche nell’altro, ovvero tirar fuori il meglio di sé, ma non lo si può fare giudicando quanto sta facendo e dicendogli semplicemente che non va bene.

L’errore da non commettere con questo tipo di bambini e adolescenti è proprio quello di farli sentire confinati in una situazione, giudicata negativa. Niente di più pericoloso di farli sentire etichettati. A questo punto cosa succede? Il bambino si rassegna a non essere all’altezza delle aspettative del genitore, ma cosa può fare? Cercherà allora di emergere comunque e lo farà eccellendo nelle sue doti negative, perché comunque ha bisogno di un riconoscimento e se non lo può avere buono, almeno lo avrà cattivo. Sarà comunque un modo di attirare l’attenzione, di essere al centro dei pensieri delle persone che si devono occupare di lui.

CONCLUSIONI

  • L’ideale quindi è aprire il dialogo, coinvolgendo tutte le figure educative presenti nella vita del bambino. Creare momenti di scambio periodici, anche con allenatori o educatori del ricreatorio, proprio per capire se riusciamo a realizzare un continuum nel percorso educativo. E’ vero che i bambini hanno bisogno anche di confrontarsi con stili educativi diversi, ma i messaggi che facciamo passare non devono essere contradditori o in contrasto tra loro.
  • Poi però, e questo è fondamentale, ognuno deve essere protagonista del proprio  ruolo e non confonderlo con quello degli altri. II bambino è il centro dei nostri interessi, ma ce ne dobbiamo occupare perseguendo di volta in volta l’obiettivo commisurato al ruolo che in quel momento il bambino sta ricoprendo, ovvero quello del figlio, dell’alunno, dell’allievo o del bambino che va giocare all’oratorio in un momento di svago.
  • Concordiamo le linee guida per far vincere la squadra, parliamo tra noi ma non per dire ciascuno all’altro cosa deve fare.

Le figure educative devono fare squadra e ciò su cui dobbiamo confrontarci è :

  1. Come far funzionare la squadra (strategie comuni)
  2. Perché la squadra non ottiene risultati? (ipotesi, non accuse!)
  3. Cosa si può fare per migliorare? (progetti comuni)

Educare: forse il buon senso non basta più.

Adulti preparati aiutano i ragazzi a crescere meglio

Sempre più spesso si rivolgono a me genitori, insegnanti, allenatori sportivi, lamentando la “ingovernabilità” dei ragazzi con cui si rapportano e avanzando l’ipotesi che sia una caratteristica generalizzata nei giovani d’oggi. Quasi mai però, viene il sospetto che in una società in continua evoluzione, dove la tecnologia cambia ad ogni secondo, dove un orologio digitale ti consente di pagare il conto al supermercato, mandando in crisi di identità il vecchio portafoglio o addirittura la carta di credito, possa essere necessario fare un passo avanti anche nella metodologia che usiamo per aiutare i nostri ragazzi nel loro percorso di crescita.

Non mi stancherò mai di sottolineare che EDUCARE non significa trasmettere degli insegnamenti (spesso con la formula “io so e parlo, tu noi sai e ascolti”), ma significa intraprendere un percorso di formazione, affiancando passo dopo passo la persona che ci sta a cuore, per sviluppare in lui tutte quelle abilità che rendono una persona adulta ed equilibrata. Un percorso non facile, ma sicuramente più impegnativo per chi sta dalla parte dell’educatore che non da quella dell’allievo!

Ecco perché ritengo indispensabile che chiunque ricopra un ruolo educativo, a qualsiasi livello, padroneggi alcune nozioni base, che gli saranno sicuramente utili a non commettere quei pericolosi danni, fatti a fin di bene, che poi ci portano a dire in buona fede…”mah, non capisco, questo ragazzo ha dei problemi..”

E se i problemi non fosse il ragazzo ad averli? Forse, la soluzione è più facile di quanto non si creda…

Di tutto questo parleremo in una serata a Cassinetta di Lugagnano, venerdì 27 marzo alle ore 21.00, dal titolo “Genitori, insegnanti, allenatori: regole… per poter dare le regole!”

L’ingresso è aperto a tutti.

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S.O.S.Emozioni

Dopo il successo della I° edizione, svoltasi nello scorso novembre, sta per partire nuovamente a Cassinetta di Lugagnano (MI) il Corso dedicato alle Emozioni e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.

A breve verrà pubblicato il calendario con tutti i dettagli e le modalità di iscrizione.

PS. A quanti hanno partecipato alla I° edizione del Corso S.O.S. Emozioni, sarà invece riservato il Ciclo di Laboratori di approfondimento (esercitazioni pratiche) in partenza da fine marzo. Prossimamente verranno comunicate le modalità di adesione.

 

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Dimmi chi ti compra e ti dirò chi sei

Cultural Profiling e Intelligenza Emotiva: nuove strategie al servizio delle aziende

A pag. 34 della Rivista “Beesness”, N. 1 di gennaio 2015, il nuovo articolo di Cristiana Clementi

http://www.cataloghierivistedigitali.it/pub/9e5qLNL/index.html

 

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È ancora possibile educare?

Dibattito intorno al libro “L’Educazione (Im)possibile” di Vittorio Andreoli

Ritengo l’argomento educazione molto interessante per tutti noi, sia per gli addetti ai lavori, che per genitori, ma anche semplicemente per noi in quanto appartenenti alla collettività, alla società. E il problema dell’educazione È un problema sociale.

Per trattare questo tema, prenderò spunto dall’ultimo libro del prof. Andreoli che, come tutti sapete, è uno psichiatra che da sempre si occupa dei problemi dei giovani, del disagio, ma soprattutto delle problematiche legate al periodo dell’adolescenza.

Questo libro, che Andreoli stesso tiene a definire non un manuale, con tecniche e ricette da seguire, bensì uno spunto di riflessione per tutti noi, si presenta con un titolo emblematico: L’educazione (im)possibile. Vedete, proprio quella parentesi, rappresenta un po’ lo spirito stesso del libro. Sembrerebbe una affermazione pessimistica, ma in realtà così non è e Andreoli lascia intravedere uno spiraglio, ad una condizione però, che io traduco in parole povere, terra a terra, con una affermazione: è ancora possibile educare? Sì, purché signori ci diamo una smossa!

Andreoli realizza una fotografia molto precisa della società di oggi, senza giudizi o valutazioni, in modo obiettivo e ci spinge ad esercitare il nostro senso critico su ciò che vediamo, viviamo, facciamo e diciamo. Soprattutto, cerca di descrivere le caratteristiche principali del periodo adolescenziale, fornendo così ai genitori delle informazioni preziose per capire meglio i propri figli. Vorrei citare le principali.

Innanzi tutto, va tenuto presente che l’adolescenza è un periodo di METAMORFOSI, fisica, mentale e sociale e, come tutti i cambiamenti fa PAURA. Si abbandona un periodo dorato, come l’infanzia, dove il nostro mondo è circoscritto a poche figure, stabili e rassicuranti, per passare ad un mondo sconosciuto, più ampio, dove spunta la paura della solitudine, la paura di non essere accettati, dove iniziamo ad avere un ruolo sociale e temiamo di non essere all’altezza, dove per la prima volta ci sentiamo giudicati, mentre nell’infanzia davamo per scontato di essere accettati da mamma e papà per come eravamo, e tutto questa fa una gran paura. Spesso poi, come sappiamo, la paura non viene gestita e si trasforma in atteggiamenti di aggressione e reazione spropositata. (PARENTESI: un’informazione molto utile e tranquillizzante che Andreoli da ai genitori disperati, perché i figli sono diventati ingestibili, ribelli, perché li detestano e li contestano, sembrano quasi disprezzarli, è questa: più E’ STATO BELLO IL PERIODO DELL’INFANZIA, PIU’ I RAGAZZI NELL’ADOLESCENZA SARANNO IN OPPOSIZIONE AI GENITORI. Questo perché è talmente difficile il distacco dal periodo precedente, bello e rassicurante, che l’unico modo per fare il salto è quello di mettersi CONTRO a tutto ciò che quel periodo ricorda e rappresenta. Quindi, genitori, non disperatevi, ma gratificatevi perché vuol dire che finora avete fatto un buon lavoro. L’unica cosa è sapere aspettare, perché l’adolescenza passa, e saper gestire la situazione, senza farsi prendere dal panico o dallo sconforto).

A questo punto Andreoli si chiede cosa voglia dire effettivamente educare e la sua risposta è: insegnare a vivere.
Per farlo, è necessario seguire un metodo che consiste in due punti:

  1. VIVERE INSIEME, CREARE UNA RELAZIONE. La relazione implica un sentimento, il sentimento crea LEGAMI. Non ti potrò mai trasmettere nulla se non ho una relazione con te. Ma ATTENZIONE: l’errore che noi commettiamo è quello di concepire l’educazione come una filosofia, un sapere, come il parlar bene, il conoscere la storia. Ma non è solo così. L’educazione non è il trasmettere verbalmente una serie di informazioni o regole. Ricordiamo innanzi tutto l’origine di questa parola, la sua etimologia, che deriva dal latino: ex-ducere, condurre fuori. Ovvero: tirar fuori il meglio dalle risorse interiori di una persona, metterla in condizione di sviluppare appieno tutte le sue potenzialità, per come può e per quanto può, ma al meglio di sé stesso. Dare tutti gli strumenti per questo percorso, stare a fianco nel processo educativo, ma non inculcare. Stare affianco corrisponde al vivere insieme di cui parla Andreoli e non significa dire, parlare, magari telefonare, collegarsi in skype, ma CONDIVIDERE, FARE LE COSE INSIEME, DIVENTARE ESEMPIO. Bisogna non sottovalutare il linguaggio del corpo, la comunicazione non verbale, stando attenti sia a come comunichiamo noi tramite il linguaggio non verbale con i nostri figli, sia riuscendo anche a cogliere i segnali che i nostri figli ci mandano. (Spesso da me vengono genitori che si preoccupano per cosa i figli dicono, fanno, per come si comportano, ma quasi mai un genitore mi viene a riferire che è preoccupato da quello che il figlio non dice o non fa…).
  2. PASSARE DAL CONCETTO DI IO A QUELLO DI NOI.  Questa è una rivoluzione molto difficile, ma molto importante secondo Andreoli, perché si distacca da quello che è stato per eccellenza l’oggetto degli studi di psicanalisi, dal 900 in poi, a partire da Freud con la sua  “L’interpretazione dei sogni”, periodo in cui  tutto era centrato sull’io. Ciò ha avuto una certa importanza, ma ora dobbiamo rivolgerci al noi.

Il concetto del NOI, della collettività, Andreoli lo esprime benissimo tramite la metafora DELL’ORCHESTRA e fa riferimento soprattutto a Famiglia e Scuola. Pensiamo alla famiglia come un quartetto di musicisti. Ognuno esercita il suo ruolo come ogni musicista suona il proprio strumento: chi il violino, chi la viola, chi il violoncello o il flauto. Ogni musicista ha un compito preciso, che deve svolgere al meglio, ma pur essendo un ottimo professionista il risultato finale non sarà ottimale se tra tutti i musicisti non verrà creata armonia, se non integreranno le loro professionalità. La stessa cosa avverrà nel famiglia e, non a caso, Andreoli individua nella mancanza o nella confusione di ruoli uno dei più grossi problemi. Come in un quartetto non serve ci siano due violini, o due violoncelli, così in una famiglia non servono ad esempio due mamme, o meglio una mamma e un mammo. Ma di questo ne parleremo magari più tardi.

Continuando nell’excursus del libro, l’autore ribadisce quanto ai ragazzi sia importante dare delle certezze, soprattutto in un periodo confuso come quello dell’adolescenza. E il problema, secondo Andreoli è proprio quello che mai come in questo periodo storico viviamo invece in una società in continua trasformazione, dalla quale giungono segnali contradditori, nella quale i valori antichi sono stati sostituiti da altri più effimeri come il denaro, il potere e la bellezza, dove non siamo in grado di  garantire un futuro certo ai nostri ragazzi e quindi nemmeno a motivarli ad impegnarsi e a far fatica per raggiungere degli obiettivi.

Dobbiamo reintrodurre il concetto di BISOGNI: sappiamo quali sono realmente i bisogni dei nostri figli? Ma non quelli indotti, quelli reali. La realtà è che oggi c’è un’ingegneria meccanica dei bisogni e non lasciamo nemmeno che i nostri figli li manifestino, che già li abbiamo soddisfatti…

Io mi occupo di formazione a livello individuale su tematiche emotivo-relazionali. Vedo persone che si rivolgono a me per le problematiche più diverse, dal lavoro, al bisogno di autostima e motivazione, a problematiche di coppia o alle difficoltà di comunicare. Così come sempre più spesso vengono da me genitori di bambini o ragazzi adolescenti, disorientati da figli maleducati, svogliati, insoddisfatti, ribelli. Anche se i problemi sembrano tra loro profondamente diversi, c’è invece un unico filo conduttore in tutte le situazioni: ed è proprio questa difficoltà a relazionarsi, a comunicare, a entrare in relazione. Quello che posso dire di aver capito è che il primo e vero bisogno dei nostri figli è quello di imparare a gestire i legami, le relazioni, l’affettività e soprattutto quello di ritornare a vedere in questi concetti dei VALORI. I ragazzi di oggi sono tutti estremamente intelligenti, ma altrettanto estremamente carenti a livello affettivo ed emozionale. Sono tutti abilissimi nelle tecnologie ed esperti del mondo digitale, ma ricordiamoci che, per quanto strumento utile e straordinario per l’apprendimento, Internet non potrà mai sostituire nemmeno il peggiore dei padri!

Ma Come si fa ad educare se non si comunica??? E per comunicare devo conoscere il mio interlocutore e trovare il modo migliore per sintonizzarmi sulla sua lunghezza d’onda. Devo entrare in armonia con lui.

Io non credo, come dicono in molti che la famiglia sia scomparsa, penso però che si sia profondamente modificata e forse non in meglio. Tutta la nostra società si è modificata e questo rende ancora più difficile orientarci e trovare delle regole, perché è tutto nuovo e non abbiamo modelli precedenti cui ispirarci. La famiglia, dicevo non è più una piccola orchestra, ma un luogo dove ognuno suona il suo strumento, una somma di Io separati. Non funziona. Pensavamo che il problema dell’educazione si risolvesse aumentando il numero degli asili. E invece è ancora sulla funzione dell’educazione familiare che dobbiamo puntare. Per questo io punto molto nei miei incontri sullo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva, per racchiudere tutto in un’unica parola, ovvero lo sviluppo di quelle competenze che non sappiamo forse nemmeno di possedere, che ci consentono di conoscere noi stessi, accettarci con i nostri limiti (Fragilità/Debolezza), imparare a costruire legami e gestire relazioni, a comunicare in modo non violento, ovvero finalizzato a non interrompere i rapporti, soprattutto in un periodo delicato come quello dell’adolescenza.

Vedete quindi qual è il senso della parentesi del titolo: se non modifichiamo qualcosa, e presto, a livello sociale, non possiamo allo stato attuale delle cose sperare di poter singolarmente dare un’educazione ai nostri figli. Né si può pensare che oggi l’educazione sia affidabile ad un’unica entità: o la famiglia, o la scuola, o l’oratorio, o la società sportiva… E non dobbiamo soprattutto permettere che questi soggetti entrino in competizione tra loro, scaricando doveri, colpe e responsabilità da uno all’altro. Deve entrare in gioco il concetto metaforico proposto da Andreoli, quello di orchestra, di armonia.

* Testo tratto dalla conferenza tenutasi mercoledì 10 settembre 2014 ore 21.00
presso il Centro Polifunzionale di Cassinetta di Lugagnano (MI)

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Il mio nemico carissimo: il Sè ideale

Ma quante volte ci siamo ritrovati a chiederci se avevamo fatto la cosa giusta, se in quell’occasione avremmo potuto essere migliori, se eravamo all’altezza di chi ci stava accanto, se avevamo deluso qualcuno, se era stato giusto arrabbiarci a quel modo, se forse non avremmo dovuto evitare di comportarci così, se eravamo poi tanto cattivi come la rabbia che avevamo dentro ci faceva pensare di essere,  se eravamo in grado di svolgere bene il nostro ruolo o  eravamo inadeguati, se…se…se…?

Chi di noi non si è mai interrogato su queste cose e chi di noi non si è giudicato,  criticato, condannato per questi aspetti? Beh, penso quasi tutti. E fino a qualche anno fa, anch’io ho fatto parte della folta schiera dei “giudici di se stessi”, quei giudici che (contrariamente a quanto si pensa normalmente dei magistrati!) non sono mai in sciopero, lavorano anche nei weekend e a Ferragosto, emettono le loro sentenze in un unico grado di giudizio e senza appello. Ma soprattutto, quei giudici che non sbagliano mai. In effetti la tendenza di chi giudica sé stesso, è proprio quella di essere intransigente fino all’esasperazione e di non ammettere di avere una visione parziale, o di parte, della propria essenza.
Sì, ma…che vitaccia ragazzi!

Poi, un giorno, mi sono imbattuta nella mia intelligenza emotiva, che ha fatto capolino approfittando di un attimo di distrazione della razionalità che di solito mi contraddistingue, e tra noi è stato subito amore! Mi si  è aperto un mondo, ho iniziato a guardarmi con  occhi diversi, regalandomi consapevolezze nuove. Ho iniziato ad accogliere (e non dico a condividere….anzi, di condividere non se ne parla proprio!) tutti quegli aspetti di me che rappresentavano fino a poco prima un problema. Mi sono accorta che quella gran fatica quotidiana per essere sempre “all’altezza di….” in realtà non rispondeva ad una mia reale necessità, ma alla voglia inconscia di soddisfare le aspettative di chi, fin da quando ero piccola, sicuramente in buona fede e pensando esclusivamente al mio bene, mi aveva fatto capire cosa si sarebbe aspettato da me, o meglio, da quella bambina che pensava io fossi, e che un giorno si sarebbe  sicuramente potuta trasformare in una “donna ideale”.  A quel punto quindi la folgorazione: ma allora? vuoi vedere che il sé ideale che mi sono prefissata di realizzare, non è affatto il mio, ma il riflesso di quello che gli altri vedevano in me? consapevole di questo, il problema si è modificato e, soprattutto, semplificato. Diventa molto più facile guardarsi con benevolenza e accoglienza, se ci si ama per quello che si è,, con pregi e difetti, senza fare paragoni con quello che dovremmo essere o che potremmo diventare, convincendosi soprattutto del fatto che la prima persona a cui dobbiamo piacere, siamo proprio noi. A noi stessi, prima che agli altri,  dobbiamo concedere il lusso di essere imperfetti, di sbagliare, di ricrederci, di scegliere di modificarci o rimanere uguali, di essere meravigliosi e al tempo stesso orrendi, di essere proattivi ed egoisti, incazzosi e troppo pazienti, autosufficienti e autonomi o affettivamente dipendenti. insomma: dobbiamo concederci il lusso e il privilegio di…. essere umani!!!!

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Parliamo, parliamo, parliamo…ma comunichiamo???

Non sempre un malessere interiore, un momento di incertezza, di dubbio, uno stato di indecisione sul cosa fare o come comportarsi,  una difficoltà a relazionarsi in modo sereno con chi ci circonda, nascondono una problematica di tipo psicologico. Ad ognuno di noi capita nella vita di tutti i giorni di dover risolvere problemi che all’improvviso ci appaiono insormontabili, oppure ci sembra di non riuscire a gestire l’ansia o lo stress che ci provoca il dover prendere una decisione difficile, e questo spesso rischia di farci sprofondare nello sconforto e, di conseguenza nell’isolamento.

La solitudine è uno dei mali peggiori della nostra società, che per assurdo mai come in questo momento è bombardata da parole, da immagini, da social media che imperversano, da Twitter che cinguettano e da amicizie che si concedono, senza sapere a chi. Ma tutto questo parlare, nasconde in realtà una totale mancanza di comunicazione. Sì, perchè la prima caratteristica di una buona comunicazione non è il parlare, ma il saper ascoltare. Ma come si fa ad “ascoltare” un messaggino, un collegamento in chat, una mail o un sms? Certo, non è facile farlo e a volte nemmeno gli addetti ai lavori ci riescono.

Eppure, anche questi nuovi modi di relazionarsi, ci dicono qualcosa e ci parlano spesso proprio di solitudine e di isolamento, di ragazzi che non trovano altro modo per stare in compagnia, di bambini che non hanno qualcuno con cui parlare se non un bellissimo tablet, di persone che per sentirsi al centro dell’attenzione e percepirsi parte di un gruppo, si affidano a  comunità virtuali. Ma in tutto questo chi ci rimette è la relazione… questa sconosciuta. Non per nulla nel gergo dei “digitali” si parla di contatti, e un contatto (appunto…) non è una relazione, non è un rapporto, non è un vero scambio, perchè la voglia di parlare, di postare, di twittare, di dire la propria, di proclamare  “mi piace”, “non mi piace” , “non mi piace più”,  sovrasta la voglia di ascoltare chi si ha  di fronte.

Non è quindi una vera priorità quella di recuperare il valore della relazione, dello star bene insieme, ma soprattutto dell’iniziare a star bene con se stessi? Imparare a conoscersi, a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie qualità, ad accogliere i propri lati deboli, è il primo passo per risolvere quei problemi di ansia, stress, disagio, sconforto che spesso ci fanno scappare da noi stessi per rifugiarci in un mondo virtuale pieno di immagini, voci, parole, contatti…e di tanta solitudine.

Come dicevo all’inizio di questo articolo, non sempre è necessario ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta o di uno psicanalista per conoscere sé stessi. Esistono percorsi di formazione individuale, che aiutano a capire quali sono i propri meccanismi relazionali, le mappe mentali che attiviamo abitualmente, i dinamismi psicologici che stanno alla base delle nostre azioni, grazie ai quali acquisiamo consapevolezza di noi e capacità di affrontare e gestire con positività il nostro qui e ora.

Il metodo che uso abitualmente e propongo ai miei clienti si chiama Training 1to1.

Cultural Profiling

le sinergie di analisi per un contesto

L’articolo “Cultural Profiling: le sinergie di analisi per un contesto”  di Cristiana Clementi è pubblicato sulla Rivista Beesness.it (n.3, settembre 2013), all’interno della sezione Orientamenti

Beesness.it è il magazine digitale gratuito su Franchising, Imprenditoria e lavoro – edito da BeTheBoss Italia.

http://www.cataloghierivistedigitali.it/pub/nTsgwIt/index.html

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Riflessione sulla felicità

Ma chi l’ha detto che essere sereni è più facile che essere felici????

Ho sempre guardato con sospetto chi dice:

Non chiedo di essere felice…mi basterebbe essere sereno…

Ma quando mai????

La serenità la vedo come uno stato di benessere interiore, duraturo. Il raggiungimento di un equilibrio che ti fa star bene, in pace con te stesso e con gli altri. Hai detto niente!

La felicità invece è un attimo. Ti può raggiungere in ogni istante, anche mentre piangi disperato e qualcuno ti porge un fiore.  Può essere vera Felicità e durare anche solo un secondo…lo spazio di un respiro!

Rendere incisivo un corso di formazione in tema di sicurezza sul lavoro

Se a distanza ormai di tanti anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 626/94, e dopo tanta Formazione erogata ai lavoratori, non si sono ancora raggiunti risultati ottimali, il problema è forse quello non tanto dei contenuti, quanto della progettazione dei corsi.

In tema di sicurezza sul lavoro, il corso di formazione ideale dovrebbe tener presente, oltre alle caratteristiche di tipo socio- culturale dei destinatari, anche e soprattutto i meccanismi che vengono attivati dagli individui per rappresentarsi il problema (in questo caso il rischio lavorativo cui sono sottoposti) ed andare, di conseguenza, ad agire strategicamente  proprio su queste dinamiche psicologiche.

I giovani non colgono la pericolosità a sufficienza? Il motivo è che hanno attivato l’euristica della disponibilità e sarà sulla conoscenza di questo dato che andrà tarato l’intervento.

Le persone più anziane hanno maggior rappresentazione della frequenza? La regola che hanno applicato per comprendere il problema è stata l’euristica dell’ancoraggio.

Se le donne hanno minor sensibilità nei confronti della gravità, si può anche  ipotizzare che la frequenza con cui sono state vittime di danni gravi sia inferiore a quella degli uomini per un semplice dato statistico, quello del minor impiego, e per l’assegnazione di mansioni meno a rischio infortuni.

Se, infine, le categorie con più basso grado di istruzione sono le meno recettive al cambiamento successivamente alla frequentazione di un corso, ciò può essere dovuto anche alla difficoltà di comprensione del contenuto.

Capita purtroppo molto, troppo, spesso che il docente non tenga conto del livello di scolarità dell’aula in cui opera, e riproponga sempre lo stesso pacchetto formativo standard. Il problema è proprio questo:

              fare formazione

 

non corrisponde a fare docenza.  

In un tema delicato come quello della tutela della salute e della vita, nei posti di lavoro, non ci si può limitare a scegliere come docente un esperto in normative, un giuslavorista, o un tecnico specializzato nella mansione che si va  ad illustrare. La figura da privilegiare è quella di un esperto in processi formativi, che sappia progettare e realizzare un percorso nel rispetto di tutti i canoni  che la scienza della formazione prevede per consentire il raggiungimento del giusto saper essere. Qualora il progettista non fosse sufficientemente preparato su alcune delle tematiche specifiche da trattare, si potrà affidare lo svolgimento di quel particolare argomento ad un  esperto del settore (si pensi agli elementi di Pronto Soccorso, alle  tecniche antincendio, alla guida dei carrelli elevatori ecc.), ma assolutamente mai si potrà prescindere dalla competenza di un formatore professionista nella progettazione del corso.

Per quanto riguarda poi possibili sviluppi futuri dei corsi di formazione in tema di sicurezza sul lavoro, ispirandomi a quanto già ipotizzato da altri Autori a proposito del problema degli incidenti stradali degli adolescenti, mi sento di ipotizzare l’inserimento nell’ambito del corso di formazione, di testimonianze dirette di quanti, addetti a mansioni uguali o analoghe a quelle dei partecipanti, hanno corso i medesimi rischi e purtroppo ne hanno subito gravi conseguenze, patendo ancor oggi  il peso del danno riportato, con la propria invalidità.

Un esempio così concreto, visibile e tangibile, introdotto in aula, è una valida leva motivazionale, che oltretutto prescinde dal grado di cultura, dall’età e dal sesso dei partecipanti, e potrebbe quindi favorire, in modo uniforme, un aumento della percezione del rischio, dando una giusta dimensione alle euristiche di ragionamento di chi si appresta ad agire in sicurezza.

Cristiana Clementi