Caffè ed Emozioni

Articolo pubblicato sul Blog di Caffè Milani

coffee-2242247_1920          “Caffè… l’aroma delle emozioni”

Chi pensa che il caffè sia semplicemente una bevanda, è decisamente fuori strada. Esattamente come cadono in errore coloro i quali pensano che le emozioni non abbiano colore, sapore, profumo. Il nostro cervello, infatti, è fortemente sensibile a tutti gli stimoli sensoriali che provengono dall’esterno e riesce a trasformare un input visivo, olfattivo o uditivo in un’emozione. Dall’emozione allo stato d’animo poi, il passo è breve ed ecco perché un semplice gesto come quello di percepire e annusare il profumo che emana da una tazzina di caffè appena versato, innesca in noi un meccanismo di piacere, che va a soddisfare svariate esigenze. Quello del caffè è da sempre un vero e proprio rito che pratichiamo in modo funzionale alla ricerca del nostro benessere, ognuno in base al bisogno che avverte: un caffè per svegliarci, un caffè per rilassarci in un attimo di pausa, un caffè per ripagarci dello stress accumulato durante la giornata, un caffè per trovare la giusta concentrazione o per gratificarci al termine di un lavoro. Ma non solo. Un aspetto molto importante a livello emotivo-relazionale è l’opportunità di socializzazione che viene fornita dal condividere con altri la degustazione di un buon caffè. Si pensi all’ambito lavorativo, alla classica macchinetta del caffè in azienda, davanti alla quale avvengono scambi di opinioni, si perfezionano strategie d’impresa, si confidano segreti, nascono alleanze o ci si lascia andare a confidenze con i colleghi (ne è nata persino una fiction televisiva!). Mi riferisco anche ai “caffè letterari”, che ancora esistono in molte città d’Europa o nell’Italia di origine mitteleuropea o al “caffè filosofico” che viene organizzato la domenica nei bar di Parigi per fornire l’occasione a quanti lo desiderano di scambiare opinioni su temi che altrove non vengono trattati. Il caffè dunque parla di noi: delle nostre abitudini, della nostra vita, delle esigenze che abbiamo, della nostra cultura, delle emozioni che proviamo. Possiamo imparare tanto della nostra società e scoprire anche qualcosa di noi che forse non conosciamo, se ci soffermiamo a riflettere sul senso che hanno i gesti e sul valore che attribuiamo alla ritualità di certe abitudini.

Basta saper guardare dentro la tazzina per scoprire il mondo che è in noi e assaporare anche…l’aroma delle emozioni.

 

Cristiana Clementi

Formatore Emotivo Relazionale

 

In montagna si saluta…in città no. Geolocalizzazione dell’educazione.

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Abituata a mattiniere e solitarie passeggiate in montagna, con il mio cane, ho deciso di mantenere questa bella abitudine anche rientrata a casa. Ma ho tentato anche un altro esperimento.Sulle stradine di montagna, quando si incrocia un altro camminatore, è normale salutarsi con un cordiale buongiorno, anche se non ci si conosce. Pensavo che, alle sette del mattino, passeggiando lungo il Naviglio immersi nella natura e nel silenzio, imbattendosi in qualcuno che viveva la tua stessa esperienza, sarebbe stato carino salutarlo…. Risultato: 5 buongiorno, 1 risposta. In particolare, incrociando i colleghi di passeggiata: occhi bassi, improvviso interesse per i propri piedi, per l’orologio al polso o, peggio, sguardi persi in orizzonti lotani, immersi in chissà quali urgenti pernsieri. Ma non solo. Salutando per prima (e unica!) mi sono vista osservare con preoccupata attenzione, quasi il mio interlocutore si stesse chiedendo oltre a chi fossi, da quale patologia potessi essere affetta o, quantomeno, quale sarebbe stata la mia prossima mossa (volevo forse qualcosa??).
Qualcuno risponde al mio quesito? Cosa cambia tra un sentiero di montagna ed una stradina di campagna? Quale forma di ipocrita educazione porta un turista cittadino a salutare in montagna, fingendosi un montanaro DOC, e consente allo stesso di non rispondere al saluto di un suo concittadino, una volta rientrato a casa? Se iniziassimo tutti la giornata con un bel saluto a chi incontriamo, senza porci troppe domande su chi lo deve fare per primo, se si fa o non si fa, su cosa penserà chi riceve il saluto ecc. ecc.ma ricordando di essere tutti persone sulla stessa terra…forse le cose andrebbero meglio.
Comunque, fatte queste esternazioni a voce alta al mio cane mentre camminavamo, si è girato, mi ha sorriso…e abbiamo continuato la passeggiata.

RUBRICA: “Quello che non si vuol vedere”

Uniamo le nostre solitudini?

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RUBRICA: Quello che non si vuol vedere

 

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 Uniamo le nostre solitudini

Questa semplice frase ci riporta immediatamente al tempo che fu. Ricordate quando, timidamente,  si tentava un approccio tra single (magari persone vedove o comunque in difficoltà a relazionarsi) usando proprio queste parole?

L’altro giorno, andando a Milano in metropolitana, facevo questa riflessione: la gente non sa più stare sola, nemmeno per poche decine di minuti. Non si ha voglia di perdere tempo a pensare, non c’è interesse a guardarsi intorno, a riflettere, non si sa più semplicemente godersi un istante di pausa parlando solo con se stessi. Appena si entra nella carrozza della metro (rigorosamente di corsa, anche se il treno è fermo al capolinea e partirà dopo dieci minuti!) si estrae dalla tasca o dalla borsa il cellulare e via di messaggi, whatsapp, social o giochini on line.

Quante solitudini, tutte insieme, che non riescono più nemmeno a dire a parole “ci uniamo?”, ma si ritrovano di fatto unite in rete. Parlano virtualmente con un interlocutore che ha il potere di farle sentire parte di un gruppo, le coinvolge in sfide colorate con diaboliche caramelle che scoppiano, riempie il loro tempo prezioso di faccine smorfiose che prendono il posto di parole semplici ormai tanto difficili da scrivere… L’importante è non rimanere inattivi nemmeno per un istante.

Proponeva Fromm l’interessante dilemma Essere o Avere, ma oggi lo potremmo tranquillamente trasformare in un nuovo quesito: essere o fare? Fare, fare, fare…sempre fare, per non fermarsi a pensare, per non voler vedere quanto si è soli. E pensare che basterebbe così poco. Basterebbe alzare lo sguardo, guardarsi attorno e scoprire un prossimo che non aspetta altro che noi gli rivolgiamo la parola. “Buongiorno! Lo sa? Lei…mi piace”.