La paura del cambiamento

Gli errori da non commettere

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Ogni cambiamento ci consente di crescere: una verità facilmente condivisibile, ma non sempre altrettanto facile da comprendere, quando si parla di noi.

E’ normale che il cambiamento faccia paura, perché mette di fronte a nuove responsabilità e a nuove scelte, del cui esito non si può essere certi. Ma ciò non deve essere sufficiente a paralizzarci e a relegarci all’interno di schemi mentali già sperimentati, impedendoci di adottare comportamenti personali più in linea con le esigenze del mercato e dei tempi.

Spesso l’imprenditore moderno, nonostante o a causa, del periodo di crisi che incalza ormai da qualche anno, si rintana in aree di confort mentale che lo portano ad accettare, quasi con serena rassegnazione, perdite di fatturato che possono arrivare anche al 30-40%, pur di non rimettersi in gioco e osare affrontare situazioni nuove in modo diverso.

L’incertezza del risultato che si otterrebbe osando applicare strategie innovative, o semplicemente nuove, fa sì che di fronte all’opportunità di modificare qualcosa di sé per trasformare la propria vita o la propria attività, ci si lasci sfuggire l’occasione, senza nemmeno capirne il motivo.

Abitudini e tradizione, se da un lato tranquillizzano e rassicurano, dall’altro rappresentano, senza ombra di dubbio, i maggiori ostacoli al cambiamento e all’entusiasmo. La situazione paradossale che si viene a creare nella mente dell’imprenditore, dibattuto tra paura e volontà di trasformazione, è quella di chi, rendendosi conto razionalmente della necessità di rimboccarsi le maniche e tentare la strada del rinnovamento, ne è a tal punto spaventato da giustificare inconsciamente il suo immobilismo con il senso di quiete e sicurezza che gli deriva dal riproporre protocolli e paradigmi già così consolidati, che non ha senso metterli in discussione.

Nel far ciò, si tralascia però un aspetto molto importante: il malessere interiore che affiorerà ogniqualvolta sorgerà il dubbio, o nascerà il rimpianto, di aver forse sprecato un’occasione di crescita, miglioramento e cambiamento, non sarà alla lunga garanzia della tanto anelata tranquillità, ma al contrario inciderà fortemente su autostima e motivazione, generando ulteriori ostacoli alla capacità di reagire. La condizione di paralisi (freezing) intellettuale, intuitiva e creativa che si viene così a determinare, inibisce quella naturale propensione verso il nuovo, che dovrebbe connotare la figura dell’imprenditore al passo con i tempi.

Analizziamo quindi cosa può accadere nell’inconscio del nostro imprenditore, quando si trova davanti all’ipotesi di un cambiamento strutturale ed è chiamato ad una scelta. La tensione emotiva in questi casi sale naturalmente e, se non gestita, può arrivare al punto di far individuare nella rinuncia l’unica soluzione possibile. Questo avviene perché il nostro cervello mette in atto quelle che vengono chiamate le “strategie di resistenza al cambiamento”, una sorta di autogiustificazione al non agire, che ci illude di trovare rifugio solo nelle condizioni già conosciute e ci impedisce di orientarci al cambiamento.

Vediamo di seguito quali sono le strategie di resistenza più diffuse.

  1. RISTRETTEZZA DELLA SCELTA: molte persone, poste di fronte alla possibilità dell’alternativa, si rifugiano in un aut-aut, non contemplando l’arricchimento offerto dalla nuova esperienza, ma limitandosi a considerare l’ipotesi di una perdita. Es: “Ma se compro una nuova apparecchiatura, che mi garantisce una resa maggiore e un risparmio di tempo e prodotto, e poi non ho lavoro?”
  2. SEMPLIFICAZIONE AL NEGATIVO: si verifica quando si cerca anche solo il minimo appiglio per confermare le proprie teorie implicite, sugli altri o sulla situazione. Es: “Stai attento a quel fornitore/cliente: chi ti racconta certe cose è poco affidabile.” L’evento che si riporta però, non è oggettivo, ma frutto dei propri schemi di interpretazione.
  3. RASSEGNAZIONE: è la strategia maggiormente applicata nei momenti di crisi. Si sviluppa quando la persona tenta di giustificare la propria passività innanzi alla possibilità di cambiamento, attribuendo alle contingenze esterne il carattere di una insuperabile difficoltà. Es: “Tanto non cambierà nulla, noi non abbiamo alcun potere.”
  4. PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA: è praticamente una conseguenza della strategia precedente. Si ipotizza uno scenario catastrofico o, nel migliore dei casi, che conserva comunque la situazione attuale, e quindi rende del tutto inutile l’ipotesi del cambiamento. Es: “Tanto se anche cambierà qualcosa sarà per poco, poi succederà qualcos’altro che farà ricapitolare tutto.”
  5. RIDUZIONE DI POSITIVITA’: consiste in una forma irriducibile di negazione e ostruzione alla novità. Anche di fronte all’evidenza o alla prospettiva di un possibile cambiamento il soggetto, che è terrorizzato dal fatto di doversi rimettere in discussione, potrebbe facilmente minimizzare le conquiste positive che possono rendere migliore l’esistenza. Es: “Si, d’accordo, otterrò anche un miglioramento… ma sarà come aver tolto una goccia dal mare”.
  6. CONGELAMENTO DELLE PROPRIE CONVINZIONI (ERRATE): ci si fossilizza sulle proprie convinzioni, senza nessuna concessione a mediarle, anche di fronte a palesi cambiamenti di natura storica e culturale. Es: “Io la penso così e basta. Rimango inamovibile sulle mie posizioni”
  7. FATALISMO: è la classica visione rinunciataria delle persone con una bassa autostima. Strategia di resistenza tipica di chi pensa di essere in balìa del destino e nega a sé stesso e agli altri qualunque facoltà di modificare la realtà. Es: “Se dovrà succedere (nel bene o nel male) vuol dire che era destino …io non posso farci niente”.
  8. FIDEISMO SUL PROPRIO INTUITO: spesso abusato da quelle persone che sentono di non sbagliare mai le loro previsioni (in genere quasi sempre catastrofiche) Es: “Lo sento quando non andrà bene, ed io non mi sbaglio mai in queste circostanze.”
  9. RIMPIANTO AL POSITIVO: è quello delle persone che invece ritengono migliore il loro tempo storico ed emettono dure critiche alle circostanze contestuali di una modernità con la quale non sentono di essere in sintonia.
ES. “Una volta si faceva così ed è sempre andato bene. Non sarà certo adesso che inizierò a cambiare, con le nuove tecnologie…”
  10. RIMPIANTO RETRODATATO: è anch’esso caratteristico delle persone con poca consapevolezza di sé, bassa autostima e poca fiducia nelle proprie capacità. Il loro atteggiamento abituale, in presenza di una decisione da prendere o una scelta da fare, è quello di richiamare le occasioni lasciate e i treni perduti. Senso di non autoefficacia, rimorsi, colpe, incapacità a mollare la presa, impediscono loro un percorso di crescita personale e di cambiamento, facendo riemergere soltanto ferite e ricordi di esperienze negative. Sono coloro che cominciano spesso le frasi con “Se a quel tempo avessi…”, e si piangono sopra con un bel “Ormai ho sbagliato e non posso più ritornare indietro”.

Ora che siamo consapevoli delle trappole mentali in cui possiamo inconsciamente cadere, proviamo a fare una riflessione: meglio lasciar andare l’azienda verso una lenta agonia, accontentandoci di quello che possiamo ancora raccogliere, o modellare il business accogliendo l’idea che il cambiamento è parte integrante della nostra attività?

 

Formazione in azienda

La solitudine...dei numeri 1!

Sono stata interpellata dall’Associazione Italiana Verniciatori (ANVER), per discutere insieme a loro di un aspetto “caratteriale” legato agli esponenti del settore. Da qui è nato lo spunto per pensare ad una particolare attività formativa dedicata in particolare al mondo della verniciatura, ma estendibile a molte altre tipologie di aziende,  volta ad affrontare insieme agli interessati le problematiche di natura emotiva, relazionale, comunicativa legate alla figura dell’imprenditore. L’attuale periodo storico non ci consente più di applicare i vecchi schemi mentali che garantivano il successo all’impresa: è diventato indispensabile fornire al manager quegli skills necessari ad affrontare emotivamente crisi, problematiche, demotivazione personale o dei collaboratori, stress e…perchè no, anche il successo.

Da qui, il mio articolo.

Fino ad oggi si è ritenuto che possedere talento tecnico, competenze specifiche, risorse economiche, fosse la ricetta per un sicuro successo imprenditoriale. Ma in un periodo storico e in uno scenario lavorativo come quello attuale, tutto ciò, pur se necessario, non è più sufficiente. Gli imprenditori, sempre più frequentemente, si pongono interrogativi su quali siano le strategie vincenti, le tecnologie migliori, gli investimenti più sicuri, ma spesso non trovano risposte convincenti e avvertono un senso di solitudine e smarrimento, che li vede sommersi nelle loro problematiche, senza un valido strumento per reagire allo sconforto e, perché no, al panico che può venir generato da un momento di crisi lavorativa. Per risultare “vincenti” oggi, diventa indispensabile adottare un nuovo stile di pensiero, o meglio, un nuovo approccio mentale al ruolo che si ricopre. La figura dell’imprenditore richiede attualmente una capacità di adeguamento al sistema lavorativo e alle esigenze di mercato, che presuppone doti interiori non comuni, ma soprattutto specifiche abilità nel rapportarsi diversamente, in primis con sé stessi e, secondariamente, con gli stereotipi e gli schemi mentali appresi, tramandati e praticati sino ad oggi nello svolgimento della propria attività. Ciò che oggi conta davvero è un diverso modo di essere intelligenti, ovvero quel particolare talento che ci consente di mettere in discussione una concezione limitata, e superata, di quelle che sono le capacità utili sul lavoro, concezione secondo la quale “la competenza tecnica é tutto”.

Il cambiamento, soprattutto quello personale, non è mai facile, ma è possibile.

La prima resistenza da vincere è proprio quella al cambiamento stesso. La più grossa difficoltà a modificare qualcosa in noi o nelle nostre abitudini, nei nostri schemi mentali o comportamentali, per assurdo è provocata proprio dalle numerose semplificazioni che la tecnologia ci ha fornito negli ultimi decenni. L’attività cognitiva del nostro cervello è andata via via impigrendosi, grazie al continuo progresso tecnologico che ci ha concesso di ottenere i massimi risultati con il minimo sforzo. Ma, se da un lato questo ha fornito degli indubbi vantaggi, dall’altro ci ha progressivamente portati ad una sorta di inerzia, ad un impoverimento del pensiero e ad un depauperamento del linguaggio e, di conseguenza, ad una diminuzione delle capacità analitico-concettuali e creative, indispensabili invece per raggiungere soluzioni evolute e qualitativamente efficaci e produttive.

Dobbiamo quindi iniziare da un lavoro su noi stessi per sviluppare tutte quelle doti e abilità interiori “sopite”, che ignoriamo di avere, ma che ci consentiranno di raggiungere la consapevolezza, l’equilibrio, la motivazione e il coraggio necessari per diventare e rimanere…dei numeri 1!