Rendere incisivo un corso di formazione in tema di sicurezza sul lavoro

Se a distanza ormai di tanti anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 626/94, e dopo tanta Formazione erogata ai lavoratori, non si sono ancora raggiunti risultati ottimali, il problema è forse quello non tanto dei contenuti, quanto della progettazione dei corsi.

In tema di sicurezza sul lavoro, il corso di formazione ideale dovrebbe tener presente, oltre alle caratteristiche di tipo socio- culturale dei destinatari, anche e soprattutto i meccanismi che vengono attivati dagli individui per rappresentarsi il problema (in questo caso il rischio lavorativo cui sono sottoposti) ed andare, di conseguenza, ad agire strategicamente  proprio su queste dinamiche psicologiche.

I giovani non colgono la pericolosità a sufficienza? Il motivo è che hanno attivato l’euristica della disponibilità e sarà sulla conoscenza di questo dato che andrà tarato l’intervento.

Le persone più anziane hanno maggior rappresentazione della frequenza? La regola che hanno applicato per comprendere il problema è stata l’euristica dell’ancoraggio.

Se le donne hanno minor sensibilità nei confronti della gravità, si può anche  ipotizzare che la frequenza con cui sono state vittime di danni gravi sia inferiore a quella degli uomini per un semplice dato statistico, quello del minor impiego, e per l’assegnazione di mansioni meno a rischio infortuni.

Se, infine, le categorie con più basso grado di istruzione sono le meno recettive al cambiamento successivamente alla frequentazione di un corso, ciò può essere dovuto anche alla difficoltà di comprensione del contenuto.

Capita purtroppo molto, troppo, spesso che il docente non tenga conto del livello di scolarità dell’aula in cui opera, e riproponga sempre lo stesso pacchetto formativo standard. Il problema è proprio questo:

              fare formazione

 

non corrisponde a fare docenza.  

In un tema delicato come quello della tutela della salute e della vita, nei posti di lavoro, non ci si può limitare a scegliere come docente un esperto in normative, un giuslavorista, o un tecnico specializzato nella mansione che si va  ad illustrare. La figura da privilegiare è quella di un esperto in processi formativi, che sappia progettare e realizzare un percorso nel rispetto di tutti i canoni  che la scienza della formazione prevede per consentire il raggiungimento del giusto saper essere. Qualora il progettista non fosse sufficientemente preparato su alcune delle tematiche specifiche da trattare, si potrà affidare lo svolgimento di quel particolare argomento ad un  esperto del settore (si pensi agli elementi di Pronto Soccorso, alle  tecniche antincendio, alla guida dei carrelli elevatori ecc.), ma assolutamente mai si potrà prescindere dalla competenza di un formatore professionista nella progettazione del corso.

Per quanto riguarda poi possibili sviluppi futuri dei corsi di formazione in tema di sicurezza sul lavoro, ispirandomi a quanto già ipotizzato da altri Autori a proposito del problema degli incidenti stradali degli adolescenti, mi sento di ipotizzare l’inserimento nell’ambito del corso di formazione, di testimonianze dirette di quanti, addetti a mansioni uguali o analoghe a quelle dei partecipanti, hanno corso i medesimi rischi e purtroppo ne hanno subito gravi conseguenze, patendo ancor oggi  il peso del danno riportato, con la propria invalidità.

Un esempio così concreto, visibile e tangibile, introdotto in aula, è una valida leva motivazionale, che oltretutto prescinde dal grado di cultura, dall’età e dal sesso dei partecipanti, e potrebbe quindi favorire, in modo uniforme, un aumento della percezione del rischio, dando una giusta dimensione alle euristiche di ragionamento di chi si appresta ad agire in sicurezza.

Cristiana Clementi

PicoDellaMirandola

Esempio di Cultural Profiling di un personaggio storico: Giovanni Pico della Mirandola

Applicando la metodologia proposta dal Cultural Profiling, anziché da una biografia, partiamo dall’osservazione di un contesto, con tutti gli elementi che ci può fornire, e risaliamo all’inquadramento di una personalità, quella di Giovanni, riuscendo a dare, in questo caso, una rilettura in chiave di attualità al personaggio di Pico.

Contrariamente a quanto accade nella profilazione criminale, il Cultural Profiling non ricerca il nome di una persona (che qui c’è già: Pico), ma mira a ricostruirne la personalità e le caratteristiche, componendo un profilo psicologico e culturale del personaggio, grazie all’incastro di elementi che  derivano dall’osservazione di tutto ciò che lo riguarda e lo circonda e avvalendosi di una serie di discipline complementari.

Elementi di un Cultural Profiling

  • STORIA
  • PSICOLOGI
  • NEUROSCIENZE
  • CRIMINOLOGIA
  • ANTROPOLOGIA CULTURALE
Criminal Profiling Cultural Profiling
1. Cosa è successo?
(delitto)

2. Perché è successo in quel modo?
(modalità di esecuzione)

3. Chi può essere stato ad agire in quel modo e con quelle motivazioni?
(la persona)

1. Cosa è stato realizzato?
(vita – non biografia)

2. Perché queste cose sono state realizzate?
(pensiero)

3. Chi è realmente la persona che con queste motivazioni ha realizzato tutto ciò?

(la personalità)

Esempio della metodologia di analisi

STORIA e Cultural Profiling

Individuiamo gli uomini che Pico ha incontrato e frequentato.

  • Marsilio Ficino
  • Poliziano
  • Lorenzo il Magnifico
  • Savonarola
  • Benivieni

In quest’ottica analizziamo:

  • Rapporti che intercorrevano con Pico
  • Cosa hanno fatto insieme
  • Come lo percepivano (es. analisi rapporto con Benivieni)
  • Reciproche influenze

PSICOLOGIA DELLA CULTURA e Cultural Profiling

Individuiamo gli studi e gli interessi di Pico.

  • Filosofia
  • Religione
  • Lingue
  • Letteratura
  • Cabala
  • Astrologia

In quest’ottica analizziamo:

  • Ideologia e modello di pensiero
  • Sistema organizzato di conoscenza
  • Sapere diffuso

In questo caso, la sequenza di domande da porsi sarà:

– che tipo può essere una persona che ha queste frequentazioni, queste amicizie, possiede queste competenze, manifesta questi interessi?

– chi può essere un uomo che aveva questi amici e che gli amici percepivano in tal maniera?  Un uomo che ha viaggiato con queste mete? Che è stato avvertito come un pericolo dalla società politico-religiosa? O ancora: quale dose di carisma doveva avere esercitato nella sua breve vita, tanto da far desiderare a qualcuno di essere sepolto assieme al lui, dopo decenni dalla sua scomparsa?

Seguendo questo protocollo di indagine, si apriranno un’infinità di possibili scenari e di quesiti, la cui risposta dipenderà dalla sensibilità, dall’attenzione e dalla capacità investigativa del ricercatore.

Dalla nostra analisi emerge che:

Pico, giovane di straordinarie doti intellettive e di indubbio fascino, spinto da enormi interessi e profonde curiosità, pervaso dall’esigenza di dare una sistemazione organica al proprio sapere globale, divenne un catalizzatore (consapevole o inconsapevole?) di cultura, attivando collegamenti (oggi diremmo link?) tra  centri del sapere, reti di competenze e relazioni umane. Il mondo di Pico ci fa così intravedere aspetti anche di natura strettamente privata, che andrebbero  sicuramente approfonditi.

CULTURAL PROFILING DI GIOVANNI PICO

Nell’ottica di questa metodologia di analisi, l’idea emersa è che Pico della Mirandola ha rappresentato nel panorama culturale italiano il primo esempio di costruttore di “reti”, intendendo ovviamente con il termine “reti” ciò che il linguaggio della nostra epoca definirebbe un network. Reti, fatte di centri di conoscenza e di relazioni, di cui Giovanni era certamente il fulcro ed il principale animatore: oggi lo definiremmo un Hub.

Cristiana Clementi

Cultural Profiling e…criminologia

Il Criminal Profiling si pone al confine tra scienza dell’investigazione e discipline psicologiche, tra psicologia e psichiatria clinica e forense. Recupera in sé competenze multidisciplinari delle quali, ancora una volta, occupa il confine e, considerazione tra le altre fondamentale, è al confine tra statuto di scientificità e arte.M. Picozzi, A. Zappalà

Tracciare il profilo culturale di un personaggio, di un luogo, di un contesto, di un’azienda, di un professionista, può sembrare quanto meno un obiettivo azzardato, soprattutto se si pensa di farlo usufruendo delle metodologie applicate dai criminal profiler nelle loro indagini.

Tuttavia, va detto che risulta affascinante e di grande stimolo cercare di riproporre un simile procedimento in ambito culturale, non ultimo per il fatto che il ricercatore ha la possibilità di confrontarsi contemporaneamente con tematiche e metodologie molto diverse tra loro, mettendo in campo le più eterogenee competenze che la multidisciplinarietà di questo settore pone come requisito indispensabile.

Questa la sfida: nello stesso modo in cui, nel Criminal Profiling,analizzando la scena di un delitto si possono ricavare elementi che aiutano a ricostruire la personalità e la psicologia del criminale, così nel Cultural Profiling, dall’analisi di un’ipotetica “scena del delitto” in ambito culturale,  potremo riuscire a risalire ad un profilo il più completo possibile del nostro oggetto di studio.

ES.1. In caso di studio di un particolare personaggio,analizzeremo: periodo storico, contesto sociale, geolocalizzazione. rapporti sociali e personali, immagine recepita dal contesto, opinioni espresse su di lui, analogie tra personaggi affini, interessi e abitudini, fisiognomica, eventuali esiti di indagini anatomopatologiche ecc.).

ES. 2. In caso di studio di una particolare azienda, che magari voglia ampliare la propria attività o espandersi in un nuovo territorio o aprire nuove filiali, andremo ad analizzare: target e tipologia della clientela, visione e posizionamento nel mercato di riferimento del prodotto o del servizio fornito, geolocalizzazione, caratteristiche socio-antropologiche del territorio dove si opera, logistica, competitor, andamento di interesse verso il prodotto/servizio, tempistica e caratteristiche della fruizione, ecc.

In buona sostanza: dagli elementi di contorno emergerà l’immagine del nostro oggetto di analisi, in un’ottica o strettamente ricostruttiva, se si tratta di un’esegesi con finalità storiche di studio, o in un’ottica propositiva di innovazione e creazione, se si tratta di una finalità di marketing imprenditoriale.

Potremmo quindi parlare di una nuova disciplina che, mutuando dal già collaudato metodo della profilazione criminale alcuni concetti, metodologie e protocolli, cerca di adattarli con il massimo profitto allo scopo della ricerca in ambito culturale. A tutto ciò, andrà ovviamente dato il giusto valore scientifico, laddove siano verificabili empiricamente le ipotesi avanzate, ma andrà contemporaneamente concesso anche il giusto spazio a quella componente di creatività e di costruttiva fantasia che permea da sempre il campo umanistico dell’Arte e della Cultura.

C.C.

Cultural Profiling e….antropologia culturale

Noi inventiamo noi stessi come unità in questo mondo di immagini da noi stessi creato
–  F. Nietzsche

PERCHE’?

L’importanza di seguire un approccio di tipo antropologico-culturale nella realizzazione di un Cultural Profiling, risiede nel fatto che nella Cultura, come in Natura, le forme variano costantemente, in un processo senza soluzione di continuità, generato da fenomeni di flusso che ne determinano sia il nascere, che lo trasformarsi, che lo scomparire.

Per definire un’Identità, sarà quindi indispensabile partire non da un semplice nome, ma da tutto un’insieme di atteggiamenti e di scelte, ovvero da quanto noi decideremo di voler trattenere di un determinato fenomeno.

La natura umana va concepita come una struttura che presenta lacune, limiti e spazi da riempire, come risulta dagli studi sulla precarietà della struttura biologica dell’uomo.  Ciò, in base alla  tesi della incompletezza biologica dell’uomo (C. GEERTZ, 1987), giustifica sia la presenza ed il ruolo della Cultura nella nostra vita, sia, due importanti corollari a questa teoria:

  • l’imprescindibilità dello strumento culturale come mezzo per realizzare il completamento dell’uomo (negli ultimi decenni si è infatti appurato che lo sviluppo cerebrale tipico dell’uomo è avvenuto in un ambiente già ampiamente caratterizzato dalla cultura e non viceversa. Il cervello quindi, non solo come causa efficiente ma anche come prodotto della stessa cultura).
  • ·la necessità di considerare l’uomo come un animale sociale, che fin dalla sua nascita, si plasma all’interno di un contesto fatto di relazioni e legami che ne determinano carattere ed identità.

Ecco perché si ritiene importante, in una prospettiva di Cultural Profiling, spostare l’attenzione dall’individuo al suo contesto, con l’obiettivo di individuare con maggior precisione l’origine ed il processo formativo che ha generato le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue caratteristiche psicologiche, sociali e culturali.

 

Cultural Profiling e…metodologia storica

PERCHE’?
Marc Bloch, ovvero: dell’indagine storica ispirata al concetto di “storia globale”. 

Nel definire i contorni che delineano il concetto di Cultural Profiling, mi sono ispirata a questo studioso, perché quella proposta da Marc Bloch è una storia di strutture non soltanto politico-militari ma anche geografiche, sociologiche economiche e sociali. Già con la sua Storia comparata delle società europee, del 1928, Bloch cercava nella comparazione le cause comuni di un fenomeno e la reciproca influenza tra società. Egli fu uno dei primi storici francesi a interessarsi allo studio comparato delle civiltà e alla storia del pensiero, vista anche come storia antropologica. Esempio di ciò lo ritroviamo nel modo in cui approfondì il suo studio sul Feudalesimo: usò infatti una metodologia non tradizionale per analizzare un periodo storico nella sua globalità,  e partì dall’osservazione delle campagne e dei rapporti di produzione (economici e quindi anche sociali) che le caratterizzavano.

La storiografia comparativa parte infatti da alcuni interrogativi specifici, formulati prima ancora di metter mano alle fonti, e solo successivamente si mette a indagare su similarità e strutture comuni, al di là del singolo caso, per ricercare infine quei meccanismi generali di movimento delle società.

Prendo quindi spunto da questa metodologia, per ipotizzare la possibilità di realizzare, ad esempio nel caso di un personaggio storico,  un profiling culturale che non parta dalla semplice biografia già acquisita, ma dall’analisi comparativa delle biografie di suoi contemporanei, del contesto sociale e culturale dell’epoca, della relazione tra fattori fisici e fattori psicologici, mutuando anche da discipline non strettamente e tradizionalmente correlate alla storia, ipotesi, corollari e protocolli di ricerca.

Cos’è il Cultural Profiling?

Ho concepito il Cultural Profiling, come una contaminatio tra più discipline, da applicare ad un medesimo disegno di ricerca, per realizzare un nuovo metodo di analisi, innovativo ed integrato.


Definizione

Il Cultural Profiling  nasce come approccio scientifico allo studio di personaggi storici, problematiche e ambiti culturali, mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni.


Metodologia

Prevede la costruzione, attraverso il pensiero logico deduttivo, di una mappa mentale innovativa che si avvalga di strumenti già utilizzati dalle scienze antropologiche, storiche, forensi e criminologiche.


Obiettivo

La finalità di questo tipo di approccio è riuscire a definire un profilo culturale, partendo non più dall’oggetto di studio, bensì leggendo ed analizzando gli elementi di contorno che ce ne parlano, ovvero: una ipotetica “scena del delitto” in campo culturale.


Fonti

Il Cultural Profiling nasce come filiazione di:

  • Storia
  • Criminologia
  • Fisiognomica
  • Antropologia Culturale
  • Psicologia (Psic. della Cultura/Psic. Sociale)

Campi di applicazione

Questa metodologia di studio può essere utilizzata in:

  • ambito di studio e ricerca (es. profilazione personaggi storici)
  • ambito di progettazione culturale (analisi e monitoraggio del mercato culturale)
  • ambito di Marketing (aziende in start up, ricollocazione sul mercato) e  NeuroMKT (studio e realizzazione di brand territoriale, di marca, citybrand, profilazione di un’azienda o di uno studio professionale, studio del suo target di clientela, fidelizzazione al marchio, campagne pubblicitarie mirate, ideazione di punti vendita, ecc.).

Strumenti per misurare la Percezione dei Rischi

EEG-biofeedback (*)

Alla base di questo modello di analisi, vi è una nuova e approfondita comprensione dei meccanismi consci e inconsci dei comportamenti delle persone. L’EEG -biofeedback è una metodologia non verbale che rileva e amplifica alcuni segnali biometrici, quali l’attività elettrica cerebrale che consente di visualizzare le variazioni dinamiche degli stati cognitivo/emozionale.

L’EEG-biofeedback è in grado di registrare, istante per istante, le reazioni neurofisiologiche del soggetto in esame, come rilevando l’attività elettrica del cervello (EEG). L’analisi spettrale dei segnali elettrici generati dal nostro cervello (EEG) permette di individuare le frequenze elettriche che misurano i diversi stati emotivi e cognitivi dell’attività svolta in quel momento dall’osservatore, riuscendo così a collegare le sue reazioni al contesto in cui si trova, attraverso una videoregistrazione, soggettiva e oggettiva, consentendo di ricostruire esattamente l’esperienza vissuta.

L’EEG- biofeedback rileva le reazioni neuro-fisiologiche/emozionali di ogni soggetto sottoposto al test, e le trasforma nei seguenti indicatori:

  • Attenzione generale (intensità dell’attenzione)
  • Focus (attenzione ai particolari)
  • Potenziale di memoria (capacità di memorizzare gli stimoli)
  • Potenziale evocativo (capacità di recuperare informazioni e emozioni da associare agli stimoli)
  • Decoding (livello di difficoltà dell’esperienza)
  • Ansia

Eyetracker (*)

L’eyetrcker è una tecnologia oggettiva che analizza i meccanismi della percezione visiva. Registra la direzione delle sguardo, utilizzando una tecnologia ad infrarossi per individuare dove si focalizza l’attenzione (punti di fissazione, per quanto tempo lo sguardo si fissa su un determinato punto) e che consente di delimitare delle aree (AOI- Area of Interest) corrispondenti agli elementi definiti dall’ analisi (claim, immagine, brand et al.) e verificare per ogni AOI il tempo di permanenza dello sguardo e l’intensità dell’attenzione visiva.

* Attualmente questo tipo di analisi vengono svolte dai laboratori di Neuromarketing della società 1to1lab di Milano.

Per una nuova filosofia di Sicurezza sul Lavoro: la Percezione del Rischio

Dopo anni di attività nel campo della formazione in azienda, sono arrivata a questa conclusione: la necessità  di una nuova filosofia, relativa alla sicurezza sul lavoro. Un approccio innovativo che, per avere successo, non può prescindere da un dato inconfutabile: quanto e come viene percepito il rischio nelle varia attività lavorative.

Si è più volte spiegato in cosa consiste il concetto di informare/addestrare/ formare, ma nelle varie attività (industriali, artigianali  e del terziario) a chi viene demandato tale compito?

Normalmente nelle aziende la formazione dei lavoratori viene svolta dal RSPP (Responsabile Servizio Prevenzione e Protezione), spesso coadiuvato da enti esterni che, prima di procedere vengono edotti sulle realtà operative con cui vanno ad interagire. Nelle PMI, che sono il tessuto organico del nostro Paese, la figura del RSPP spesso è ricoperta direttamente dal datore di lavoro, cui spetta quindi l’obbligo di provvedere personalmente alla formazione dei suoi dipendenti. Voce a parte è la realtà delle grandi aziende, dove invece l’addestramento e la formazione vengono demandati al RSPP coadiuvato dai vari capi reparto per quanto riguarda l’addestramento dei lavoratori alle specifiche mansioni.

È particolarmente in questo secondo caso che sarebbe opportuno valutare la reale abilità dei preposti nel percepire i pericoli e i rischi inerenti alle varie fasi lavorative, perché nella realtà purtroppo, sono proprio queste le figure più reticenti all’approccio sistemico del problema sicurezza, adducendo che l’elemento determinante per un buon lavoro è solo l’esperienza.


Motivi dell’intervento, analisi della domanda e dei bisogni

È proprio a partire da quest’ultima affermazione, che prende l’avvio il progetto di seguito illustrato. Un intervento mirato che trova motivo nell’esigenza di analizzare ed approfondire la tematica della sicurezza sul lavoro, affrontandola da un punto di vista psicologico-cognitivo e formativo. Il punto focale dell’intervento ricade sul complesso fenomeno della percezione del rischio da parte degli utenti e sulla necessità di una sua misurazione funzionale e di supporto a chi ha il compito di formare i lavoratori stessi (Datore di lavoro/RSPP/Preposto).

Le domande che sottostanno all’intervento, quindi, sono molteplici:

  1. I lavoratori, compreso colui che li forma e addestra, sono realmente consapevoli dei rischi presenti sul luogo di lavoro?
  2. La consapevolezza di tali rischi e sufficiente a proteggerli da tali pericoli?
  3. L’abitudine e l’assuefazione, causata dallo svolgere mansioni ripetitive, provoca un calo di attenzione durante l’esecuzione delle stesse, diventando anch’essa una probabile fonte di pericolo?
  4. La figura preposta alla formazione è in grado di assolvere alla sua funzione formativa, nei confronti dei lavoratori? E’ quindi in grado di formare in modo adeguato, esaustivo e funzionale, l’utenza sulla corretta percezione dei pericoli sul posto di lavoro?

Finalità dell’intervento

La finalità di questo metodo è quella di rendere finalmente misurabile, con metriche scientificamente testate la percezione reale del rischio negli operatori, addetti alle diverse mansioni, consentendo così di individuare i nessi di causalità tra criticità e verificarsi degli infortuni. Ciò avviene tramite:

  • Analisi approfondite e mirate della percezione del rischio: riconoscimento dei punti deboli, delle criticità e verifica di come è percepito attualmente il rischio (CECK)
  • Formazione ad hoc (Datore di lavoro/RSPP/Preposto) per una corretta ed efficace trasmissione di informazioni sulla sicurezza.

Emozioni e Cultura

Davanti alla parola emozioni, l’associazione di pensiero ci porta a fare un collegamento con termini come umore (una sensazione di bassa intensità e di lunga durata), sentimento (una condizione affettiva  rivolta verso l’esterno, o verso la propria interiorità, più duratura di un’emozione), stato d’animo (una disposizione dello spirito, temporanea).

Ma l’emozione è qualcosa di diverso e, al di là dell’omogeneità che può fornirci una definizione scientifica, ognuno di   noi ritiene di poterne dare una descrizione più vicina al proprio vissuto, che rappresenti al meglio la sensibilità individuale. Non solo infatti noi viviamo le emozioni, ma attribuiamo loro un significato, un’etichetta. Applichiamo quindi uno schema.

È stato provato che attraverso le emozioni, noi impariamo a conoscerci, indipendentemente dal modo in cui le viviamo. Esistono infatti, in campo psicologico, teorie opposte, ma non incompatibili, che dimostrano come l’individuo, o partendo da uno stimolo fisiologico cui attribuisce una causa, o leggendo un evento in termini cognitivi, si rapporti emotivamente alla realtà. Le neuroscienze ci spiegano che se un fatto ha già in precedenza creato in un soggetto emozioni alla sua corteccia cerebrale, egli sarà in grado di interpretarle. Se invece il fatto non aveva scatenato emozioni istintive, sarà la stessa corteccia cerebrale a dare il maggiore impulso all’amigdala e a creare l’emozione in quell’istante, mediante una decodificazione razionale.

Ma le emozioni, sono allora un fatto istintivo o culturale? Sono qualcosa di innato o di culturalmente appreso? In realtà, non esiste ancora una risposta assoluta.

Nel 1971 Paul Ekman effettuò degli studi in Nuova Guinea, per appurare se esistono delle emozioni comuni, riconosciute in tutte le culture, verificandone la capacità di lettura nel volto delle persone. Dalle sue rilevazioni è emersa l’esistenza di quelle che vengono chiamate le emozioni primarie (rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa, gioia, paura) universalmente riconosciute. (Secondo altri autori poi, combinando queste emozioni tra loro, ne deriverebbero delle altre, definite emozioni secondarie o complesse, come ad esempio allegria, vergogna, ansia, gelosia, delusione ecc.). Ma la popolazione su cui questi studi furono effettuati, era una popolazione che si rapportava in maniera mono culturale, avendo pochi contatti con il mondo esterno. Il mondo in cui oggi noi viviamo è notevolmente più complesso, più ricco di stimoli e connessioni tra culture diverse, un mondo che grazie alla progressiva digitalizzazione, comunica e scambia conoscenze e acquisisce competenze in tempo reale, non più con mondi, ma con universi culturali variegati.

Così come per le emozioni, il problema dell’universalità si può affrontare parallelamente anche in tema di cultura. Negli anni 2000 si è sviluppato in America e in  Cina un particolare settore di studi che si occupa proprio di Psicologia della Cultura, all’interno del quale viene prospettato  un modello di mente multiculturale. In Italia si è occupato del tema Luigi Maria Anolli, psicologo di fama internazionale, che ha realizzato il primo manuale italiano in questo specifico ambito scientifico. Anolli propone un paradigma di cultura che ne definisce una doppia natura: non esiste una distinzione tra cultura come realtà oggettiva, pubblica, proposta dall’esterno, e cultura come realtà soggettiva, privata, interiore. Non ha senso contrapporre una concezione etica che considera la cultura una variabile oggettiva ed indipendente, ad una concezione emica, che vede nella cultura qualcosa di unico, isolabile, irripetibile, non confrontabile con analoghi fenomeni che si verifichino altrove. Con la cultura ci troviamo di fronte, secondo Anolli, che fa suo e ripropone il modello della mente multiculturale, ad un fenomeno che progressivamente si evolve e, adottando via via nuovi strumenti di realizzazione, è in grado sia di adattarsi a condizioni ambientali diverse, sia di influenzare  in senso biologico l’individuo e la popolazione cui appartiene.

Per accomunare ora i due concetti di cui abbiamo fin qui trattato, proviamo a ragionare in modo un po’ provocatorio e  poniamoci una domanda : la cultura, intesa nell’accezione più ampia con cui questo termine viene usato nel nostro linguaggio abituale, può generare emozioni? O ancora: l’emozione che noi proviamo davanti ad un episodio legato all’arte, alla musica, alla letteratura, alla visione di un quadro o di un paesaggio, può essere generatrice di cultura?

Questo è un tema che, in un particolare momento storico come quello che stiamo vivendo, è molto sentito a livello mondiale, ed anche in Italia c’è chi si sta occupando di analizzare il problema di come fare a rivalutare e potenziare la creatività dell’individuo ed incentivare la sua capacità innovativa, partendo proprio dalla capacità di ognuno di provare emozioni.

A Milano è nata infatti Commonlands, un’associazione composta da esperti di neuromarketing, comunicazione, psicologia sociale, che sta tentando di certificare ad esempio il valore emozionale di un paesaggio. Applicando i principi e le strumentazioni usate già nel marketing emozionale, gli stessi criteri si possono adottare per stabilire quale sia l’impatto emozionale che suscita in un individuo la visione di un determinato panorama, quanto questo possa essere identificativo della cultura di un luogo, quanto sia in grado di valorizzare l’intero patrimonio culturale di una specifica zona geografica.

Il legame tra emozione e cultura quindi, non è poi così labile come si potrebbe ritenere. Anche perché la sensibilità di chi sa provare emozioni forti non può che  essere considerata  lo strumento indispensabile e decisivo per intraprendere nuovi percorsi culturali nel millennio appena iniziato.

Box pubblicato in “Marketing emozionale e Neuroscienze”, F. Gallucci, EGEA, 2011, pag. 330

Le Ragioni della Cultura

Perché è sbagliato fare tagli alla cultura?

  • La Cultura arricchisce sempre
  • La Cultura permette di superare ogni limite
  • Chi ama la Cultura desidera conoscrere tutte le culture
  • La Cultura è contro la volgarità e permettere di distingurere tra Bene e Male
  • La Cultura è lo strumento con cui possiamo giudicare chi ci governa
  • La Cultura è libertà di espressione e di parola
  • La Cultura salva sempre
  • Con la Cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone
  • La Cultura è il riscatto dalla povertà
  • La Cultura fa sì che i nostri figli e nipoti possano andare un giorno a teatro a godere della magia della musica
  • La Cultura è un bene comune primario, come l’acqua: biblioteche, musei, teatri, cinema sono come tanti acquedotti.
  • La Cultura è come la vita e… La vita è bella. La Cultura è bellezza.

I 12 buoni motivi di Claudio Abbado!